Benvenuti sulla giostra del campo largo dell’alternativa

       Per la legge dei numeri, considerata la consistenza elettorale dei rispettivi partiti, la leadership del cosiddetto campo largo dell’alternativa è roba di contesa fra la segretaria del Pd Elly Schlein, forte anche del primato della longevità che sta per battere al Nazareno, e il presidente del movimento post-grillino delle 5 Stelle Giuseppe Conte.

       Per la legge della politica, dove due più due non fanno necessariamente quattro, come accade sempre di sperimentare ai partiti che si unificano per presentarsi insieme alle elezioni, o che si alleano per cercare di vincerle, Conte ha sorpassato col suo camaleontismo, cioè la sua mobilità, la Schlein ferma nella sua contemplazione di se stessa e di una unità che non esiste a sinistra, per quanto ”testardamente”  perseguita da lei.

Neppure il centrodestra, per carità, è un monolite su problemi anche importanti come la politica estera, compresa la partita della guerra in Ucraina, ma sulla leadership meloniana sì. E non sarà certo il generale Vannacci, dentro o fuori la coalizione, a comprometterla, per quanto generosi siano con lui i sondaggi, specie quelli simpatizzanti della sinistra.

       A sinistra, cui d’altronde non ritiene di appartenere, si è profilata in questi giorni l’ultima versione di Conte, più vicina alla prima di “avvocato del popolo”, che gli consentì di fare un governo con la Lega di Salvin e  di fare annunciare dal balcone di Palazzo Ghigi dall’ancora fidato Luigi Di Maio la sconfitta o scomparsa della povertà. Il populismo accantonato cambiando maggioranza pur di restare a suo tempo al governo, è tornato ad attirare l’ex premier “progressista indipendente”, o “punto di riferimento più alto” certificato da Goffredo Bettini, è tornato col ripudio della cultura woke dei diritti civili privilegiati rispetto a quelli sociali, più materiali e diretti.

       Conte è ormai a un passo dal ripristino della lotta marxista di classe, inseguito però non tanto dalla Schlein quanto -udite, udite- da un Matteo Renzi evidentemente deciso o tentato dall’idea di farsi perdonare la crisi sfociata nella formazione del governo di Mario Draghi e di farsi finalmente accettare davvero dall’ex premier pentastellato nel campo largo più di ambizioni personali che altro. Più che un campo, quello dell’alternativa mi pare una giostra.

Ripreso da http://www.startmag.it il 29 agosto

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