La Ranucceide in onda a reti e giornali unificati……

       “Io non escludo niente”, ha risposto l’ormai ex conduttore di Report Sigfrido Ranucci, a chi gli ha chiesto di un suo “futuro in politica”. Il problema di Ranucci, e dei suoi rapporti con l’amico Valter Lavitola, tuttora trattenuto in carcere per l’attentato d’autunno commissionato contro di lui per farne crescere la protezione e la notorietà, è di sapere se non esclude un suo futuro politico ora che mi sembra francamente compromesso, o non lo escludesse anche prima, quando proprio Lavitola cercava di procurarglielo, non credo proprio a sua insaputa, predisponendo un sondaggio italiano sull’onda di un altro addirittura americano e riservatissimo. E chiedendo di collaborarvi a Stefano Cappellini, destinato a diventare dopo qualche mese, direttore di Repubblica, e all’ex direttore del Corriere della Sera Paolo Mieli, entrambi frequentatori quasi familiari del ristorante di pesce dello stesso Lavitola. Dove Mieli, pigrissimo evidentemente a tavola, si faceva servire le vongole già sgusciate fra gli spaghetti e poteva contare sul ritorno a casa fornitogli dal ristoratore in persona alla guida della propria auto.

       Come vado sostenendo quasi da solo, incredibilmente, in questa modestissima postazione professionale, il problema della consapevolezza, condivisione e altro di Ranucci rispetto ai progetti politici dell’amico è importante, per quanto neppure adombrato curiosamente dai dirigenti della Rai nelle motivazioni della loro decisione di rimuoverlo dalla conduzione di Report. Che, se condizionata nei mesi passati non dalla “vanità” rimproveratagli oggi da Vauro in una intervista assai critica al Corriere della Sera, ma dalle ambizioni politiche, sarebbe una motivazione della rimozione non scalfibile neppure dal magistrato più indulgente e meglio predisposto verso il giornalista. Una condizione a fin di carriera politica in un’azienda televisiva del cosiddetto “servizio pubblico” sarebbe stata e sarebbe una bestemmia in Chiesa.

       Bestemmia per bestemmia, diciamo così, segnalo quella di Giorgio Mottola, un inviato di Report pronto ad incontrare Ranucci per dargli del “fesso e poi abbracciarlo”, che ha definito la rimozione del conduttore, parlandone al Corriere della Sera, “un colpo di Stato”. Che deve essere messo davvero male se lo si ritiene in pericolo o addirittura già abbattuto per la non inedita vicenda di un conduttore televisivo entrato in rotta di collisione con la gestione di turno dell’azienda pubblica.  Qui si è persa la misura di ogni cosa, pur in persone che dovrebbero averla in quantità speciale nella loro vantata specialità investigativa.

Ripreso da http://www.startmag.it il 31 agosto

La fronda, ormai, della Repubblica di carta contro la Schlein e Conte

       La Repubblica, quella di carta ora posseduta dall’armatore greco Theo Kyriakou, ha ormai assunto nel campo della sinistra alternativa al centrodestra, più o meno o largo che sia davvero, la guida  mediatica dell’opposizione all’”imbroglio”, come lo ha chiamato Francesco Piccolo, costituito dall’accordo di fatto fra la segretaria del Pd Elly Schlein e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte di dare formalmente la precedenza al programma rispetto alle primarie per la scelta del candidato alla guida della coalizione. Formalmente, ripeto, perché in realtà entrambi sanno bene che un programma comune è difficile, se non impossibile, per cui sarà il vincitore delle primarie a definirlo, rappresentarlo e realizzarlo nelle parti più scabrose, come ha rivendicato esplicitamente, sia pure da solo, con un dissenso solo apparente della Schlein, l’ex premier Conte parlando, per esempio, del tipo di appoggio da continuare a dare all’Ucraina o del riarmo europeo conseguente alla minaccia ormai costituita dalla Russia. Una Russia il cui capo Putin – o zar nella percezione generale- intrattiene rapporti personali col presidente americano Trump  insofferente, quanto meno, nei riguardi dell’Ucraina sostenuta invece con forza dal predecessore alla Casa Bianca Joe Biden.

       Dopo l’”imbroglio”, ripeto, lamentato e denunciato da Francesco Piccolo è arrivato sulla Repubblica l’invito di Michele Serra ai due aspiranti alla guida del centrosinistra a mettere da parte le “ambizioni personali” e a cercare con i loro partiti, e altri disposti all’alleanza, un accordo sul programma vero, vincolante permettendo agli elettori di giudicarlo. Insomma, come Francesco Piccolo neppure Michele Serra, un intellettuale già prodigatosi nell’organizzazione di raduni della sinistra  e nella loro conduzione, si fida né di Conte né della Schlein, che gli va appresso cercando di apparire come una che gli resiste. Ma non tanto da compromettere l’unità che si vanta di perseguire “testardamente”.

       “Mettersi a testa bassa” a cercare davvero un accordo completo su di “un programma di dignità repubblicana e di sollievo sociale, lasciando da parte le ambizioni personali sarebbe una prova di umiltà molto apprezzabile”, ha concluso Serra il suo intervento senza mettere -temo- in imbarazzo la segretaria del Pd e il presidente delle 5 Stelle. Che continueranno, temo ancora per le loro parti politiche, a seguire un percorso su cui forse conta maggiormente il centrodestra, pur con i suoi rilevanti problemi interni, per vincere le “secondarie”, come ironicamente vengono chiamate le elezioni generali che arrivano dopo le primarie di schieramento.

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