Sigfrido Ranucci comincia a perdere pezzi di peso a sinistra

       Il martirologio giornalistico, e non solo, al quale stava approdando Sigfrido Ranucci dopo l’attentato fornitogli dall’amico Valter Lavitola per meglio lanciarlo come concorrente di Elly Schlein, Giuseppe Conte e altri alla guida di un governo alternativo al centrodestra, è ormai evaporato tra cronache giudiziarie e politiche.

Al conduttore televisivo di Report non basta più l’aureola generosamente assegnatagli dall’associazione nazionale dei magistrati dopo l’attentato, funzionale anche alla campagna referendaria allora in corso contro la riforma costituzionale della stessa magistratura concepita, secondo i critici, per assoggettare le toghe al governo o, più in generale, alla politica. Di quell’aureola si sono avvertiti segni quanto meno di imbarazzo, se non di dissenso esplicito, all’interno anche dell’associazione dei magistrati, ancora di più all’esterno, dove Antonio Di Pietro, per esempio, ha colto l’occasione per ribadire e rafforzare il suo giudizio pesantemente negativo sugli ex colleghi che si mettono insieme per questioni di potere, e di carriera, più che culturali o addirittura ideologiche.

Comincia a non bastare più a Ranucci neppure il pretesto di una presunta persecuzione politica denunciata quando esponenti della maggioranza di governo, a cominciare dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini per finire col sottosegretario a Palazzo Chigi e fratello d’Italia Giovanbattista Fazzolari, ne hanno auspicato, reclamato e quant’altro la sospensione o l’allontanamento per l’abuso fatto del servizio politico. Che ad un certo punto era funzionale, con le polemiche che le inchieste di Ranucci provocavano, più alle dimensioni politiche del giornalista televisivo coltivate da Lavitola che agli ascolti e, conseguentemente, alla raccolta pubblicitaria necessaria ai conti della Rai.  

La bolla del martirio e della discriminazione perseguita contro di lui dal centrodestra è stata sgonfiata dalla voce levatasi dall’ex capogruppo del Pd al Senato e tra i fondatori del partito Luigi Zanda, considerato moralmente autorevole anche da chi al Nazareno non ne condivide  il dissenso dalla segretaria Elly Schlein per la costruzione o la difesa del cosiddetto campo largo più inseguendo Giuseppe Conte che considerando i dubbi e le paure dell’ala o area riformista del movimento succeduto alla Dc di sinistra e al Pci.

“Sul caso Ranucci-Lavitola -ha detto Zanda all’Altravoce Il Quotidiano Nazionale- non scomoderei le grandi questioni della libertà di stampa e delle modilità del giornalismo investigativo.  Ranucci non può non sentirsi profondamente turbato da tutta questa vicenda. Per questo credo che sia nel suo interesse, e in quello della Rai, lasciare la conduzione di Report”. Più in particolare, Zanda ha auspicato che Ranucci, finito nei casini, diciamo così, di “un progetto politico che lo riguardava”, sia “destinato a un diverso incarico di uguale rango”, magari per “eventualmente tornare quando le acque si calmeranno e l’inchiesta sarà conclusa” senza averlo coinvolto, o coinvolgendolo solo marginalmente, risparmiandogli imputazioni o simili.

Ripreso da http://www.startmag.it

Lascia un commento

Blog su WordPress.com.

Su ↑