Se i riformisti rischiano di fare nel Pd la fine dei pidocchi

       Dalla vittoria preannunciata, anzi reclamata, dalla segretaria Elly Schlein concludendo la festa nazionalità dell’Unità pur assente dalle edicole al cambiamento chiesto ieri dai rifomisti del Pd a Prato, nell’assemblea di corrente, area e quant’altro.

Prescinde da tutto la vittoria che la Schlein vuole dare l’impressione di avere già in tasca nei pantaloni che preferisce alle gonne, consigliate invece alle donne da Antonio Tajiani, preferibilmente lunghe sotto il ginocchio. Prescinde anche dal programma comune che manca nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, e dal candidato a Palazzo Chigi da definire in modi e con procedure anch’esse ancora da definire.

       Il cambiamento reclamato dai riformisti, come è emerso dagli interventi a Prato, non riguarda solo il governo da realizzare nella prossima legislatura, al posto di quello del primato di durata guidato dalla leader indiscussa del centrodestra Giorgia Meloni, ma anche il Pd. O prima ancora il Pd per dargli la credibilità necessaria alla vittoria e alla leadership dell’alternativa, non bastandogli, almeno agli occhi del potenziale alleato Giuseppe Conte, la maggiore consistenza elettorale nel campo largo. Che peraltro è in calo, essendo appena scesa sotto il 20 per cento nell’ultimo sondaggio di Ipsos.

       Il cambiamento che la segretaria si vanta di avere apportato al Pd con e dopo la sua elezione, avvenuta in primarie aperte, forse più ai non iscritti che agli iscritti, non è quello che si aspettavano e chiedono ancora i riformisti. Che più passano i giorni, più leggi non approvano i parlamentari del Pd, come quella per l’antisemitismo promossa dall’ex ministro ed ex capogruppo Graziano Delrio, fra i maggiori esponenti della loro area, più i riformisti si scoprono o si confermano minoranza nel partito. Lo stesso Delrio è stato raccontato dalle cronache e dai retroscena tentato dall’uscita, pure lui, dal partito. Dove, confermando disagio e paura, prima ancora di andare a Prato e di pronunciare il suo discorso egli aveva lanciato in una intervista al Corriere della Sera, mercoledì scorso, un pesante grido d’allarme.

       Interrogato proprio sulle ricorrenti voci di un suo abbandono del Nazareno, Delrio aveva detto, testualmente: “Sono rimasto nel Pd quando persino i segretari come Bersani e Renzi”, in verità ex segretari, “se ne andavano. Convinto che il Partito Democratico sia capace di rappresentare le speranze e le aspirazioni non di minoranze ma di una parte di famiglie, imprese e cittadini comuni che vogliono più giustizia e uguaglianza nella libertà. Un grande partito ha bisogno di una minoranza che aiuti a comprendere la complessità della società. Se qualcuno non la pensa così lo dica. Non sarebbe accettabile se la minoranza venisse vissuta come i famosi pidocchi nella criniera di togliattiana memoria”.

       La situazione all’interno del Pd, e nel rapporto col suo stesso elettorato, deve essere ben grave se Delrio avverte alle spalle della Schlein, e nonostante la presunta “freschezza” attribuitale anche da osservatori esterni come l’ex portavoce della Meloni e nuovo direttore dell’agenzia Dire Mario Sechi, il fantasma di Palmiro Togliatti. Che dava appunto dei pidocchi a chi dissidendo usciva dal Pci o era tentato di uscirne.

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