Il generale Roberto Vannacci -ripeto, generale, tenendo lui a contestare l’ex che qualcuno gli dà non sapendo che la qualifica sopravvive al pensionamento- parla come un oracolo, spesso minaccioso. Come ha fatto rispondendo al Foglio su cosa farebbe personalmente e indicherebbe ai suoi elettori in caso di ballottaggio fra il centrodestra della Meloni e il centrosinistra di Elly Schlein, o di Giuseppe Conte, o di chiunque dovesse uscire all’ultimo momento dai tormenti del cosiddetto campo largo dell’alternativa.
Se vi si dovesse davvero arrivare con la legge elettorale all’esame del Senato nel testo che arriverà alla Camera per il secondo e ultimo passaggio, Vannacci ha ammonito la Meloni che nel ballottaggio dovrà guadagnarsi l’aiuto della destra di Futuro nazionale con chiari impegni. “Nessuno -ha detto Vannacci- può considerare acquisita la nostra indicazione di voto”.
Come potrebbe essere questa “indicazione”, tra voto favorevole, voto contrario e astensione, il generale non lo ha detto. Nè lo ha fatto capire volendosi riservare altri passaggi e altri oracoli. Egli ha promesso solo di “fare la nostra parte”, al plurale del fondatore e leader del suo partito o movimento partorito uscendo dalla Lega dove Matteo Salvini lo aveva ospitato conferendogli persino una vice segreteria. E incorso ora nell’attenzione della Procura militare di Roma, su esposto di un sindacato di militari, anche per eventuale violazione del divieto di costituzione del partito fascista.
Il modo più favorevole al centrodestra della Meloni potrebbe essere un voto di sostegno, che presuppone una trattativa, un po’ difficile da immaginare allo stato attuale delle cose, con la premier uscente. O una meno improbabile e meno impegnativa indicazione di astensione. Cioè di diserzione dalle urne in un secondo turno di solito meno affollato del primo, tanto che la Lega e altri settori del centrodestra vorrebbero eliminare il ballottaggio nell’elezione diretta dei sindaci.
Già immagino il generale, pur avvolto in qualche vestaglia o altre tenute delle sue -al mare, in montagna, in collina e persino a Cernobbio, invitato dal fior fiore degli industriali- prepotentemente alla testa del campo già maggioritario dell’astensionismo. Il suo destino, temuto dal Financial Times persino come quello del “cavallo di Troia” della Russia, è nei gradi che conserva anche da pensionato…..