Il generale Vannacci spiaggia in Calabria. Il centrodestra al 51 per cento senza di lui

       Sceso a Reggio Calabria per soffiare al centrodestra, con un candidato di peso sottratto a Forza Italia, il seggio della Camera in palio in elezioni suppletive, o quanto meno per far vincere a dispetto il candidato della sinistra, e dimostrare di quanto lui con il suo Futuro nazionale potrebbe danneggiare a livello nazionale la coalizione guidata da una Giorgia Meloni troppo timida e moderata, il generale Roberto Vannacci ha mancato entrambi gli obbiettivi. E’ spiaggiato. Il suo candidato, l’ex capogruppo forzista alla regione Domenico Giannetta, ha perduto. A vincere con più del 51 per cento dei voti è stato il candidato del centrodestra Fabio Roscioli, il tesoriere di Forza Italia praticamente imposto da Marina Berlusconi al segretario del partito Antonio Tajani. Il candidato della sinistra Frank Benedetto si è fermato sotto il 37 per cento.

       Eppure il generale Vannacci ha gridato vittoria lo stesso avendo raccolto nella sua prima uscita elettorale quasi l’11 per cento: un risultato a doppia cifra che a livello nazionale potrebbe costare caro alla Meloni consentendo alla sinistra il sorpasso sul centrodestra pur mancato in Calabria, e di parecchio. Chi si contenta gode, dice un vecchio proverbio.

       Ma il dato più significativo delle elezioni suppletive nel collegio Reggio Calabria-Lodi è quel 22,43 per cento di affluenza alle urne. Che ha dimostrato quanto neppure un generale pieno di ambizioni, messosi in testa addirittura di fare della Calabria la sua Sassonia, dove l’estrema destra di Adf ha raccolto il 44 per cento dei voti in elezioni regionali col tasso di affluenza alle urne dell’80 per cento, possa cambiare le abitudini degli elettori. Un generale che fa fuggire dalle urne, come accade a qualsiasi partito nelle prove suppletive, non è un granché. E un generale minore. Del quale la Meloni non dovrebbe preoccuparsi più di tanto, anche se gli avversari di sinistra continueranno a pompare il generale per farle paura e indurla alla tentazione, che sarebbe suicida, di riassorbirlo accostando l’uscio del centrodestra, senza chiuderlo.  

Ripreso da http://www.startmag.it

Giuseppe Conte a Radicofani, l’incubo di Elly Schlein al Nazareno

Pur informati a domicilio, direi, col sondaggio effettuato dall’Ipsos di Nando Pagnoncelli apposta per loro, al Corriere della Sera si sono accorti con comodo, in un rapporto di Antonio Polito con modesto richiamo in prima pagina col titolo generico sulla “sfida continua di Conte a Elly Schlein”, che si sono molto accorciate le distanze fra il Pd e il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte.

       Altro che il “doppio dei voti” vantato dai riformisti sabato scorso in un convegno a Prato per reclamare dalla segretaria del Nazareno maggiore forza nel rapporto con Conte, che le insidia la leadership del campo largo dell’alternativa. Si sono ridotti solo a cinque i punti di vantaggio del Pd, che viene sorpassato alla grande se si sommano i voti del partito di Conte a quelli della sinistra radicale dell’Avs di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.

       Polito nel suo commento ha evocato, come si faceva con Bettino Craxi ai tempi del “pentapartito”, ma anche prima, la figura di Ghino di Tacco, per la cui postazione di Radicofani dovevano pagare pedaggio quelli che passavano diretti a Roma o a Siena.

La Dc di Ciriaco De Mita  subendo il rapporto “paritario” reclamato da Craxi per riprendere la collaborazione di centrosinistra interrotta dal suo predecessore Francesco De Martino alla segreteria del Psi, dovette cedere per quattro lunghi e scomodi anni Palazzo Chigi al leader socialista che sentiva troppo ingombrante. Conte, allo stesso livello elettorale ormai di Craxi nei migliori momenti del suo percorso politico ambisce anche a lui a Palazzo Chigi, dove peraltro è già stato guidando due governi e rivendicando perciò anche maggiore competenza rispetto alla Schlein. Che, ironia pesante della sorte, anzi pesantissima, deve agli elettori di Conte anche il suo arrivo alla segreteria del Pd, tre anni fa, in primarie “aperte”, anzi spalancate. Come quelle che Conte reclama, fra le proteste e la paura dei riformisti del Pd, per la designazione del candidato a Palazzo Chigi dello schieramento alternativo al centrodestra, quando e si si faranno dopo l’accordo programmatico chiesto dalla Schlein.

       Delle proteste dei riformisti Conte mostra di non curarsi, puntando sulla debolezza che essi stessi dimostrano, come hanno fatto a Prato, dissentendo dalla linea della segretaria del partito ma replicandone “la testardaggine unitaria” col rifiuto di una scissione. Ciò li rende in qualche modo prigionieri al Nazareno, dove Graziano Delrio, fra i maggiori esponenti della minoranza del Pd, ha appena avvertito non la “mucca nel corridoio” evocata a suo tempo da Pier Luigi Bersani pensando alla destra ma il fantasma di Palmiro Togliatti. Che nel Pci definiva e trattava da pidocchi i dissidenti usciti o tentati di uscire dalle allora Botteghe Oscure, di nome ma un po’ anche di fatto.

       In questo clima l’autunno del Pd rischia di essere caldo come certe stagioni sindacali negli anni della lontana e cosiddetta prima Repubblica.

Pubblicato sul Dubbio

Blog su WordPress.com.

Su ↑