L’asse Pontida-Orvieto partorito da una pazza domenica d’autunno

       In una domenica piena di manifestazioni politiche e di discorsi, compreso quello molto vivace della premier Giorgia Meloni ai giovani del suo partito, si è creato un metaforico asse Pontida-Orvieto. La Pontida di Matteo Salvini tornato alla disciplina unitaria, con le buone o le cattive di un congresso anticipatissimo, del compianto Umberto Bossi, che ne era stato estromesso negli ultimi anni e relegato in casa a ricevere e incoraggiare i dissidenti. E la Orvieto della estrema destra di Roberto Vannacci e di Gianni Alemanno, l’ex sindaco di Roma tornato recentemente in libertà e confluito nel Futuro nazionale del generale deciso a raddrizzare un mondo storto e rovesciato anche da una destra troppo accomodante, come sarebbe quella della Meloni.

       Il collegamento fra Pontida e Orvieto, per non parlare di gemellaggio per non coinvolgere le amministrazioni locali che non c’entrano, sta nella sintonia che permane politicamente pur tra i separati Salvini e Vannacci, scambiatisi addirittura posti al vertice della Lega, con Vannacci vice segretario. Poi messosi a tavola da solo per divorare l’altro “come antipasto”, secondo la convinzione o sensazione pubblicamente esposta con compiacimento da Vittorio Feltri.

       Salvini e Vannacci sono tornati o rimasti accomunati -l’uno dentro e l’altro per ora fuori dalla maggioranza, dove Feltri -sempre lui- consiglia alla Meloni di recuperarlo per non perderne i voti necessari a vincere le elezioni l’anno prossimo- nel reclamare più contrasto all’immigrazione clandestina, più bollo auto da abolire, meno anni per andare in pensione e niente armi all’Ucraina per la difesa dall’aggressione della Russia di Putin. Che, pur aggressore del paese limitrofo che voleva “denazificare” in una quindicina di giorni, non sarebbe il pericolo avvertito dall’Unione Europea, e non solo dalla Meloni ancora troppo poco sovranista per i gusti di Salvini e di Vannacci.

       Parallela a questa divisione della destra, su cui la sinistra scommette inseguendo l’alternativa, è la divisione della stessa sinistra quasi sugli stessi temi, soprattutto sulla politica estera e di difesa. Sul cui terreno Salvini e Vannacci potrebbero farsi una passeggiata insieme, e costituire magari un governo in condizioni estreme di confusione, con Giuseppe Conte e quel portasfiga di Angelo Bonelli, ma anche di Nicola Fratoianni, appena infilzato nelle esibizioni critiche dal sindaco di Salerno, ed ex governatore della Campania, Vincenzo De Luca, padre del segretario regionale del Partito Democratico. Grande è la confusione sotto il cielo, diceva Mao godendosene i frutti nella sua Cina. Ora se li gode Putin al Cremlino.   

Anche Ranucci fra le vittime imprudenti di Maria Rosaria Boccia

Pur abituato alle multiformi difese di Sigfrido Ranucci, orfano di Report toltogli dalla Rai col sollievo trapelato di una redazione stanca se non della conduzione, almeno dei suoi effetti, non mi aspettavo ch’egli dovesse essere atterrato come l’ultima vittima della prolematica imprenditrice pompeiana Maria Rosaria Boccia. Che lo aveva preso in custodia come un superman, ricavandone la promozione a una possibile direttrice di giornale, e ne ha moltiplicato le difficoltà di tenuta.

       Ranucci , scolpito anche in un libro dalla sua ammiratrice, rischia di non avere nemmeno le uscite di sicurezza, diciamo così, dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, passato l’anno scorso per le mani e le unghie della Boccia sotto processo per questo, ma anche per altro. Sangiuliano, dimessosi dal governo a causa sua,  passò prima all’ufficio di corrispondenza della Rai a Parigi -quello offerto a Ranucci è stato al Cairo, rifiutato come una mezza provocazione o un altro attentato- e poi nella sua Napoli come amministratore locale e commissario, o quasi, del partito meloniano del posto. Di Ranucci temo che non vorrà più occuparsi neppure Valter Lavitola, spintosi a sognare per lui un futuro di capo del governo dell’alternativa al centrodestra.

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