La guerra all’Iran, certo, senza riuscire a vincerla. La guerra a Zelensky scambiato per l’aggressore al posto di Putin, mossosi più di quattro anni fa per denazificare, addirittura, l’Ucraina mettendola a ferro e fuoco e ricevuto in Alaska da Donald Trump come un alleato con cui spartirsi il mondo. La guerra all’Europa antipatica e parassitaria. Ma ciò che forse ha nuociuto di più al presidente degli Stati Uniti, sconfitto nelle elezioni di medio termine oltre ogni previsione per lui già pessimistica, è stato il fattore P, chiamiamolo così, il più sottovalutato da lui nell’ultimo anno.
P come Prevost. P come Papa, il primo nordamericano nella storia della Chiesa e degli Stati Uniti. Il Pontefice che Trump si vantò di avere fatto eleggere dallo Spirito Santo, come vuole la leggenda di fede, attraverso i cardinali sottratti alla tentazione di eleggere direttamente il presidente degli Stati Uniti, già incoronatosi di suo con le immagini create dall’intelligenza artificiale.
Quando il Papa, felicemente amputato del tumore scopertogli a un polmone al Policlinico Gemelli in tempo per partecipare per corrispondenza anche lui alle elezioni americane di medio termine nei suoi Stati Uniti, fece dare l’annuncio del voto ufficialmente, avvertii personalmente il presagio di quello che poi è avvenuto. Il Papa accusato sprezzantemente da Trump di essere uno sprovveduto, un incompetente di geopolitica, si è preso la sua rivincita.
Quella improvvida, a dir poco polemica contro il Papa americano indusse on Italia la Meloni, prima ancora e più della guerra all’Iran con tutte le sue complicazioni, o effetti collaterali, a dissentire pubblicamente da Trump. Altro che il suo interlocutore privilegiato e la funzione in qualche modo attribuitasi, o lasciatasi attribuire da una scomposta tifoseria politica e culturale, di ponte fra le due rive dell’Atlantico.
Anche per le dimensioni in cui è sopraggiunta, la sconfitta di Trump negli Stati Uniti libera la Meloni nella lunga campagna elettorale in Italia per il rinnovo delle Camere, l’anno prossimo. La libera, in particolare, dall’assedio degli alternativisti, ai quali certamente la premier non offrirà spunti per essere rappresentata come la versione italiana dell’autocrazia trumpiana. Una rappresentazione che peraltro costò alla Meloni nella scorsa primavera la cocente sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale della magistratura. La usarono, fra gli altri, il senatore a vita Mario Monti e il filoso un po’ italo-thailandese Goffredo Bettini per ritirarsi dal fronte del sì. E schierarsi su quello del no, anche a costo per Bettini di tradire la memoria del padre avvocato, da lui stesso opposta, durante il cammino parlamentare della riforma sulla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, ai compagni di partito contrari.
Pubblicato sul Dubbio
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