Il titolo del libro annuale di Bruno Vespa, reclamizzato con la solita, generosa solerzia dai giornali anticipandone i capitoli ricavati generalmente da interviste a protagonisti e attori dello spettacolo politico, tradisce la condivisione della terza Repubblica gridata dai colonnelli di Giorgia Meloni approvando la nuova, ennesima legge elettorale. Nel libro di Vespa si archivia in qualche modo la seconda alla quale è dedicato, appunto, il titolo: “Storia della seconda Repubblica- Da Berlusconi a Meloni, da Prodi a Schlein”.
La Meloni e la Schlein, volenti o nolenti, nel campo largo dell’alternativa, Giuseppe Conte e altri aspiranti minori, dovrebbero contendersi nelle elezioni politiche dell’anno prossimo la guida del primo, anzi secondo governo di questa fantomatica terza Repubblica a Costituzione invariata, come la seconda. Invariata sul piano strutturale, essendo falliti tutti i tentativi di cambiamenti organici. Come fu quello di Matteo Renzi nel 2016, che emarginava il Senato, ed è stato nei mesi scorsi quello della Meloni, naufragato nel referendum, per la separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici. Che era propedeutica, con lo sdoppiamento del Consiglio Superiore e altro, ad una correzione degli equilibri dei rapporti fra politica e giustizia cambiati “bruscamente” negli anni delle cosiddette mani pulite, come lamentò al Quirinale Giorgio Napolitano ricordandone, nel decimo anniversario della morte, la vittima principale che era stato Bettino Craxi.
Certo, più che dalle elezioni politiche generali dell’anno prossimo, in primavera o in autunno, la nascita o la crescita della terza Repubblica intestatasi dai fratelli d’Italia dipenderà dall’elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale, quando ne scadrà il secondo e ultimo mandato settennale cominciato nel 2022. La Meloni, proprio parlandone con Vespa per il suo libro evocativo della seconda Repubblica, ha voluto o cercato di tirarsi fuori dalla corsa preferendo la prospettiva di altri cinque anni a Palazzo Chigi alla guida del governo, auspicabilmente -per lei- più fortunati di quelli complicati duramente da una congiuntura internazionale durissima, fra vecchie guerre dure a finire e nuove, di ogni tipo, anche commerciale, avviate da Trump alla Casa Bianca.
Importante per Meloni -in effetti troppo giovane per salire al Quirinale, che dovrebbe lasciate a meno di 60 anni per fare poi chissà cosa se non disturbando colleghi di area politica di centrodestra – è che finisca il “razzismo” da lei avvertito nella preclusione opposta sinora ad un presidente della Repubblica dichiaratamente di centrodestra, o non di centrosinistra. Un razzismo nel quale si avvolge, per esempio, Matteo Renzi quando insiste a restare nel campo largo dell’alternativa, dove Conte lo sopporta con crescente sofferenza, perché teme che una vittoria del centrodestra porti proprio la Meloni al Quirinale, o altri ancora più pericolosi di lei perché destinati a rafforzarne il governo.
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