Temo che rimarrà inappagata la curiosità malandrina dell’avvocato Stefano Giordano. Che sul Riformista di qualche giorno fa, raccogliendo e rilanciando “voci” circolanti già da luglio su magistrati -anche loro- “fra gli avventori abituali” del ristorante romano di pesce di Valter Lavitola, lamentava la insolita resistenza della riservatezza sulla circostanza. Della quale, per esempio, non risulta che abbia parlato la ormai ex compagna di Lavitola nelle dieci ore di interrogatorio giudiziario di ieri.
Anche se “non è un reato” cenare da Lavitola, pur con i pesanti precedenti penali di cui il faccendiere cercava dichiaratamente di riscattarsi coltivando l’amicizia col conduttore televisivo di Report Sigifrido Ranucci e spingendolo alla politica addirittura come candidato a Palazzo Chigi per l’alternativa al centrodestra, l’avvocato Giordano ritiene che sia diritto dei cittadini sapere se ci fossero anche magistrati a quelle cene. Magistrati, magari, reduci dagli applausi scroscianti riservati nell’aula magna della Cassazione a Ranucci, in ordine cronologico vittima di un attentato – quello poi attribuito a Lavitola, che ha ammesso con motivazioni così poco convincenti per gli inquirenti da negargli più volte la scarcerazione- e partecipe della campagna referendaria contro la riforma costituzionale delle toghe separate fra pubblici ministeri e giudici, e tutto il resto bocciato.
Il “prolungamento a tavola”, come lo chiama l’avvocato Giordano, ”di quegli applausi” in pubblico, e in quella sede giudiziaria, non merita di essere tutelato dal segreto. “Il silenzio del resto -ha osservato il legale – è un pessimo affare proprio per i magistrati. Se esistono e sono innocui, dirlo costa ancora meno. Tacere è l’unica scelta che trasforma una cena in un sospetto. Delle vongole sappiano che arrivavano già sgusciate” ai commensali pigri come il mio amico Paolo Mieli, “dei magistrati sappiamo solo che qualcuno li ha sgusciati dalla cronaca”. Curioso impenitente ma anche spiritoso, il nostro avvocato Stefano Giordano.