Non so se capita anche a voi. A me accade in questi giorni anche se di mestiere faccio il giornalista da una vita. E lo abbia fatto persino da direttore. Mi capita, in particolare, di dovere rileggere passaggi o interi articoli di cronaca politica e giudiziaria per capire meglio e di più. Ma senza riuscirci. Cronaca politica come quella della legge elettorale e giudiziaria come quella sull’affare Lavitola, dal nome dell’imputato reo confesso di un attentato promozionale ordinato contro- per modo di dire- l’amico Sigfrido Ranucci: promozionale perché finalizzato da una parte a procurargli una migliore protezione da parte dello Stato e dall’altra a farne crescere la notorietà in vista, non solo delle puntate settinanali di Report, ma anche o soprattutto delle elezioni politiche dell’anno prossimo. Alle quali Lavitola, sempre lui, si era messo in testa di farlo arrivare come candidato del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Ma candidato non a deputato o a senatore, bensì a capo della coalizione come aspirante a Palazzo Chigi, alla faccia di Elly Schlein, Giuseppe Conte e tanti altri che non nomino tutti per timore di dimenticarne qualcuno, o di non fare in tempo a intercettarlo, visto che non passa giorno senza che ne venga fuori un altro.
Pazienza per le cronache giudiziarie, viste le abitudini alle quali ci hanno abituati dai tempi delle famose e presunte “mani pulite”, o “coscienze sporche” nelle rappresentazioni critiche. Ma quella delle cronache politiche incomprensibili anche come semplici resoconti parlamentari è una sorpresa grande come una casa, e dura da digerire. Sia a sinistra sia a destra si sta vantando il merito, o il demerito, se preferite, di avere tentato il ripristino dei voti veri di preferenza elettorali: non quelli “farlocchi” sbandierati, secondo le opposizioni, dalla premier in persona pur avendo garantito ai capilista l’elezione a tavolino, per il fatto stesso di essere appunto capilista, voluti a quel posto dal segretario di turno del relativo partito.
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