Non ci volevo credere, nonostante il pessimismo dello stesso autore dell’emendamento alla legge elettorale per introdurre il ballottaggio: l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Che ne aveva preannunciato il ritiro, la rinuncia e quant’altro non avendo intenzione -aveva detto- di indossare “lo scolapiatti” per fare la caricatura dell’eroe.
In una convergenza trasversale non di interessi, non avendo nulla da guadagnarci davvero e tutto da rimettere, componenti sia della maggioranza sia dell’opposizione generosamente indicata al singolare hanno dunq ue affondato il vascello del ballottaggio, noin appena è comparso all’orizzonte.
Ciò significa che sia il centrodestra sia il centrosinistra, come viene chiamato, anche questa volta generosamente, lo schieramento alternativo saranno condizionati dalle ali estreme. Il più contento di tutti è naturalmente a destra il generale Roberto Vannacci, che apre e chiude il rubinetto della sua disponibilità più strumentale che sincera nei riguardi della Meloni protesa alla conferma a Palazzo Chigi dopo le elezioni dell’anno prossimo. Che cosa dovesse riuscire a strappare alla premier con l’aiuto paradossale della sinistra, che lo ha salvato dal ballottaggio, sarebbe impossibile oggi prevedere. Non lo sa forse neppure il generale, del cui destino è padrone, sempre paradossalmente, più la sinistra che lui stesso, per quante arie si dia fronteggiando i guai che si procura all’insegna del “me ne frego”. Che peraltro non è proprio originale, visto l’abuso che se ne fece nel secolo scorso in camicia nera.
Nella cosiddetta e lontana prima Repubblica, seppure fra governi di solitamente breve durata, alle carenze della legge elettorale inchiodata al proporzionale puro dall’errore di scambiare per truffa, sin dai tempi di Alcide De Gasperi il premio di maggioranza necessario a garantire stabilità, supplivano i partiti. Che erano forti di organizzazione e di consenso. Partiti ai quali sarebbe arbitrario paragonare gli attuali, tutti sovrastati da quello di maggioranza costituito dagli astensionisti. Partiti, sempre quelli attuali, i cui leader per sopravvivere, o anche crescere, hanno bisogno delle liste bloccate, o sbloccate solo nominalmente con finte preferenze. Delle quali tutti alla fine si accontenteranno perché di fatto non comprometteranno niente e nessuno.
Non resta che sperare nella prossima legge elettorale, che seguirà inevitabilmente alla riforma in uscita dal Senato. E che ha l’inconveniente, come le precedenti, di un percorso sovrapposto al finale della legislatura, dal respiro quindi corto, anzi cortissimo. Senza volergli tirare la giacchetta sarebbe bello che il presidente della Repubblica interrompesse questa abitudine parlamentare, contraria peraltro alle direttive europee.
Pubblicato sul Dubbio
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