Lo storio critico televisivo Aldo Grasso ha impietosamente buttato giù, scrivendone sul Corriere della Sera, Sigfrido Ranucci dal piedistallo su cui era salito come campione del giornalismo investigativo. E aveva promosso il suo Report, per quanto ammaccato da una opacità della quale stanno occupandosi anche i magistrati che indagano sull’affare Lavitola, alla “migliore trasmissione nella storia della tv”. “Sergio Zavoli non l’avrebbe mai detto”, ha osservato giustamente il critico del maggiore giornale italiano.
Aiutato anche da una dirigenza della Rai della quale la premier Giorgia Meloni fa bene a diffidare per i guai che le procura, Ranucci non solo si promuove ma boccia i suoi colleghi professionalmente e moralmente concorrenti o successori, visto che ha perduto comunque la conduzione ereditata a suo tempo da Milena Gabanelli e si deve accontentare di esserne solo il demolitore o protettore.
“Ministri, leader, cantanti, comici, cuochi più volte compilano da sé il proprio certificato di eccellenza. Il web fa il resto. Trasforma -ha raccontato Grasso- l’autostima in carriera, il profilo in biografia, i follower in elettori. Non occorre più aspettare che siano gli altri a stabilirlo: te lo riconosci da solo e poi trovi quelli che sono d’accordo. Con qualche migliaio di like l’autorevolezza è servita”. E’ in questo contesto di “autocertificazione” che Ranucci si è gonfiato sino ad esplodere con le sue auto fatte saltare nell’autunno scorso dall’amico ristoratore Lavitola per aumentarne la notorietà ai fini di un maggiore servizio di protezione e di un percorso politico immaginato addirittura come candidato a Palazzo Chigi del cosiddetto campo largo dell’alternativa. Dove la segretaria del Pd Elly Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte ritenevano, e ritengono ancora, di essere i maggiori aspiranti.
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