L’evoluzione pirandelliana di Sigfrido Ranucci tra spettacolo e politica

       L’evoluzione pirandelliana del guerriero Sigfrido Ranucci continua. Dalla disponibilità all’avventura politica già coltivata per lui dall’amico Valter Lavitola, dichiaratamente alla ricerca di un “riscatto sociale” all’ombra del conduttore televisivo lanciato addirittura verso Palazzo Chigi -disponibilità espressa dicendo di “non escludere nulla”- la vittima dell’attentato promozionale ordinato dallo stesso Lavitola è passato all’esclusione di una sua candidatura. Lo ha annunciato ospite di una festa di AVS, la componente più a sinistra del cosiddetto campo largo dell’alternativa, dove si pensava che egli potesse trovare un posto in lista ma si sono scoperte resistenze anche ad alto livello per le tante incognite che gravano sugli sviluppi delle indagini giudiziarie. Per ora esso lo riguardano come parte lesa ma potrebbero riguardarlo poi anche in altra veste.

       Sia che abbia escluso la candidatura, questa volta -credo- non a presidente del Consiglio ma solo a deputato o a senatore, come la volpe con l’uva troppo lontana per piacerle, sia che si sia tirato indietro credendo di più nella possibilità di un ritorno in extremis alla conduzione della trasmissione Report, in tempo per la ripresa di novembre, alla quale si stanno preparando altri nominati dalla Rai, Ranucci si sta rivelando un giocatore davvero imprevedibile. A tal punto che ritenersi “fastidioso”, ha detto, più come conduttore che come politico. A chi intende dare fastidio si suole dare del rompiscatole. Se fosse davvero spiritoso come vuole spesso apparire con le sue battute, egli dovrebbe farsi stampare dei biglietti da visita come rompiscatole, appunto. Un rompiscatole da servizio pubblico.

Il paradossale salvataggio bipartisan di Vannacci dal ballottaggio

Non ci volevo credere, nonostante il pessimismo dello stesso autore dell’emendamento alla legge elettorale per introdurre il ballottaggio: l’ex presidente del Senato Marcello Pera. Che ne aveva preannunciato il ritiro, la rinuncia e quant’altro non avendo intenzione -aveva detto- di indossare “lo scolapiatti” per fare la caricatura dell’eroe.

       In una convergenza trasversale non di interessi, non avendo nulla da guadagnarci davvero e tutto da rimettere, componenti sia della maggioranza sia dell’opposizione generosamente indicata al singolare hanno dunq ue affondato il vascello del ballottaggio, noin appena è comparso all’orizzonte.

       Ciò significa che sia il centrodestra sia il centrosinistra, come viene chiamato, anche questa volta generosamente, lo schieramento alternativo saranno condizionati dalle ali estreme. Il più contento di tutti è naturalmente a destra il generale Roberto Vannacci, che apre e chiude il rubinetto della sua disponibilità più strumentale che sincera nei riguardi della Meloni protesa alla conferma a Palazzo Chigi dopo le elezioni dell’anno prossimo. Che cosa dovesse riuscire a strappare alla premier con l’aiuto paradossale della sinistra, che lo ha salvato dal ballottaggio, sarebbe impossibile oggi prevedere. Non lo sa forse neppure il generale, del cui destino è padrone, sempre paradossalmente, più la sinistra che lui stesso, per quante arie si dia fronteggiando i guai che si procura all’insegna del “me ne frego”. Che peraltro non è proprio originale, visto l’abuso che se ne fece nel secolo scorso in camicia nera.

       Nella cosiddetta e lontana prima Repubblica, seppure fra governi di solitamente breve durata, alle carenze della legge elettorale inchiodata al proporzionale puro dall’errore di scambiare per truffa, sin dai tempi di Alcide De Gasperi il premio di maggioranza necessario a garantire stabilità, supplivano i partiti. Che erano forti di organizzazione e di consenso. Partiti ai quali sarebbe arbitrario paragonare gli attuali, tutti sovrastati da quello di maggioranza costituito dagli astensionisti. Partiti, sempre quelli attuali, i cui leader per sopravvivere, o anche crescere, hanno bisogno delle liste bloccate, o sbloccate solo nominalmente con finte preferenze. Delle quali tutti alla fine si accontenteranno perché di fatto non comprometteranno niente e nessuno.

       Non resta che sperare nella prossima legge elettorale, che seguirà inevitabilmente alla riforma in uscita dal Senato. E che ha l’inconveniente, come le precedenti, di un percorso sovrapposto al finale della legislatura, dal respiro quindi corto, anzi cortissimo. Senza volergli tirare la giacchetta sarebbe bello che il presidente della Repubblica interrompesse questa abitudine parlamentare, contraria peraltro alle direttive europee.

Pubblicato sul Dubbio

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