La tenuta della Meloni ridimensiona la crescita del generale Vannacci

       Più che una notizia, è un’illusione ottica quell’8.8 per cento, sicuramente vistoso appunto, attribuito al partito del generale Roberto Vannacci dal sondaggio Ipsos datato 24 settembre e illustrato oggi da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera.

       Più di quella cifra, considerando il pompaggio della sinistra di cui il generale beneficia per i danni che può provocare al centrodestra, e le speranze che può conseguentemente  alimentare nel cosiddetto campo largo dell’alternativa, vale forse la tenuta del partito di Giorgia Meloni col suo 26,4 per cento, superiore sia pure di poco -lo 0,4- rispetto al risultato elettorale, non sondaggistico, di quattro anni fa. Non è dunque la premier ad essere la più minacciata dall’ascesa del generale di cui pure l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno preconizza l’arrivo a Palazzo Chigi. Ma non subito, entro una decina d’anni che in politica equivalgono a più di una stagione, visto che la durata di una legislatura è di cinque.

       I danni maggiori Vannacci li sta procurando alla Lega, dove Matteo Salvini se lo portò imprudentemente con i gradi politici di vice segretario. E ora ne subisce i danni, scendendo al minimo storico del partito post-bossiano: 4,7 per cento. Trenta punti in meno del 34 dove Salvini era riuscito a salire nel 2019 facendo il vice presidente del Consiglio nel primo governo di Giuseppe Conte. E perdendo la testa con l’apertura di una crisi senza mettere nel conto le disinvolture del premier, pronto a cambiare maggioranza, e quelle del Pd di Nicola Zingaretti spinto da Matteo Renzi, disinvolto pure lui, a soccorrere il premier dimissionario.

       Meno forte ma ugualmente visibile è nel sondaggio di Ipsos il calo di Forza Italia di Antonio Tajani. Che si era proposto di portare il partito azzurro del compianto Silvio Berlusconi al 20 per cento dei voti e se lo ritrova adesso al solo 7,3 per cento sondaggistico, inferiore di quasi un punto all’8,1 delle elezioni politiche di quattro anni fa.

       Temo tuttavia che non sia il generale Vannacci il responsabile del calo di Forza Italia, anche se qualcosa e qualcuno il leader dell’estrema destra è riuscito a portar via a Tajani, come a Reggio Calabria dove si voterà domani per un turno elettorale suppletivo su cui il generale -sempre lui- ha scommesso come sulla sua Sassonia. Che è la regione tedesca del recente successo dell’Afd.

       Piuttosto che Vannacci, a fare soffrire ora anche elettoralmente Tajani sono i figli, altri eredi e simili del fondatore del partito. Che ha finito di essere monolitico e si guadagna cronache e retroscena di una compagnia che mai Berlusconi avrebbe permesso di fare diventare. La buonanima si sta forse consolando con l’intestazione dell’aeroporto di Malpensa.   

Tradita la lezione della politica mite di Aldo Moro

Questa volta, mercoledì scorso alla Camera, con la presentazione dell’edizione nazionale delle sue opere, organizzata nella ricorrenza dei 110 anni dalla nascita, Aldo Moro è stato ricordato nella sua interezza. Si è voluto liberarlo -si è detto e scritto con arguzia- dalla prigione della sua morte, assassinato nel 1978 dalle brigate rosse dopo un sequestro di 55 giorni: i più drammatici e oscuri della storia della Repubblica, pur funestata da stagioni stragistiche su cui ancora si cerca tutta la verità.

Una strage, d’altronde, fu anche quella in cui fu decimata la scorta di Moro. Che pagò con la vita l’errore di una conduzione forse più familiare che militare della protezione dello statista democristiano, condotto su percorsi troppo abitudinari e imprudentemente accorciati con deviazioni come quella di via Fani, a Roma, facile a imboscate. Eppure si trattava di difendere, con i mitra peraltro custoditi nei bagagliai delle auto, l’uomo più rappresentativo e nevralgico del sistema politico, del quale sembrava scontata alla fine di quello stesso anno l’elezione al Quirinale. Tenne a sottolinearlo chi vi arrivò al suo posto, Sandro Pertini, succedendo a Giovanni Leone dimissionario, o dimissionato, in anticipo rispetto alla scadenza del mandato, anche o soprattutto per avere resistito alla linea della fermezza adottata e gestita col peggiore degli epiloghi.

Non per rimetterlo nella prigione della sua tragica morte, a soli 62 anni e con un vasto programma politico che si era dato, ma quella fermezza che gli costò la vita fu un tradimento della sua   concezione della politica e della vita. Una concezione alla quale voglio applicare lo stesso aggettivo usato dal Papa Paolo VI parlandone dopo la morte: mite.

Dopo Moro, non immediatamente ma con gradualità ugualmente funesta, la politica intesa come confronto, come ricerca di equilibri sostitutivi di quelli logorati dalle circostanze, cessò di essere mite, appunto, e divenne convulsa, troppo animosa, intossicata anche dalla strumentalizzazione di quella che il segretario del Pci Enrico Berlinguer -pur mite anche lui in una certa rappresentazione fideistica che se ne fa ancora- definì “questione morale” svincolandosi dalla stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale”. Essa divenne invece, volente o nolente Berlinguer morto in tempo per non vederne gli esiti, una questione moralistica. Tutto divenne torbido e scandaloso, da patibolo più che da palco, da processo più che da dibattito, da ghigliottina più che da sintesi e da soluzione politica. E ghigliottina, anche nella rappresentazione mediatica di quella stagione, fu quella praticata alla cosiddetta prima Repubblica. Cui sono seguite edizioni spesso improvvisate più che costruite, di stampo più personalistico che politico, con tutti i limiti del personalismo: anche quello qualunquistico. Una cosa di cui Moro sarebbe inorridito e cui, ironia o tragedia della sorte, tocca assistere da presidente della Repubblica a un moroteo di scuola e di famiglia come Sergio Mattarella, partecipe alla Camera della celebrazione mercoledì scorso. Di famiglia, perché morotei furono il padre di Mattarella,  Bernardo, e il fratello Piersanti, morto pure lui come un martire  sul campo dell’impegno politico.

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