Questa volta, mercoledì scorso alla Camera, con la presentazione dell’edizione nazionale delle sue opere, organizzata nella ricorrenza dei 110 anni dalla nascita, Aldo Moro è stato ricordato nella sua interezza. Si è voluto liberarlo -si è detto e scritto con arguzia- dalla prigione della sua morte, assassinato nel 1978 dalle brigate rosse dopo un sequestro di 55 giorni: i più drammatici e oscuri della storia della Repubblica, pur funestata da stagioni stragistiche su cui ancora si cerca tutta la verità.
Una strage, d’altronde, fu anche quella in cui fu decimata la scorta di Moro. Che pagò con la vita l’errore di una conduzione forse più familiare che militare della protezione dello statista democristiano, condotto su percorsi troppo abitudinari e imprudentemente accorciati con deviazioni come quella di via Fani, a Roma, facile a imboscate. Eppure si trattava di difendere, con i mitra peraltro custoditi nei bagagliai delle auto, l’uomo più rappresentativo e nevralgico del sistema politico, del quale sembrava scontata alla fine di quello stesso anno l’elezione al Quirinale. Tenne a sottolinearlo chi vi arrivò al suo posto, Sandro Pertini, succedendo a Giovanni Leone dimissionario, o dimissionato, in anticipo rispetto alla scadenza del mandato, anche o soprattutto per avere resistito alla linea della fermezza adottata e gestita col peggiore degli epiloghi.
Non per rimetterlo nella prigione della sua tragica morte, a soli 62 anni e con un vasto programma politico che si era dato, ma quella fermezza che gli costò la vita fu un tradimento della sua concezione della politica e della vita. Una concezione alla quale voglio applicare lo stesso aggettivo usato dal Papa Paolo VI parlandone dopo la morte: mite.
Dopo Moro, non immediatamente ma con gradualità ugualmente funesta, la politica intesa come confronto, come ricerca di equilibri sostitutivi di quelli logorati dalle circostanze, cessò di essere mite, appunto, e divenne convulsa, troppo animosa, intossicata anche dalla strumentalizzazione di quella che il segretario del Pci Enrico Berlinguer -pur mite anche lui in una certa rappresentazione fideistica che se ne fa ancora- definì “questione morale” svincolandosi dalla stagione della cosiddetta “solidarietà nazionale”. Essa divenne invece, volente o nolente Berlinguer morto in tempo per non vederne gli esiti, una questione moralistica. Tutto divenne torbido e scandaloso, da patibolo più che da palco, da processo più che da dibattito, da ghigliottina più che da sintesi e da soluzione politica. E ghigliottina, anche nella rappresentazione mediatica di quella stagione, fu quella praticata alla cosiddetta prima Repubblica. Cui sono seguite edizioni spesso improvvisate più che costruite, di stampo più personalistico che politico, con tutti i limiti del personalismo: anche quello qualunquistico. Una cosa di cui Moro sarebbe inorridito e cui, ironia o tragedia della sorte, tocca assistere da presidente della Repubblica a un moroteo di scuola e di famiglia come Sergio Mattarella, partecipe alla Camera della celebrazione mercoledì scorso. Di famiglia, perché morotei furono il padre di Mattarella, Bernardo, e il fratello Piersanti, morto pure lui come un martire sul campo dell’impegno politico.
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