Il generale Vannacci spacca il vertice del Giornale che fu di Montanelli

       Roberto Vannacci, diavolo di un generale e di un politico baciato dai sondaggi, è riuscito a spaccare il vertice del Giornale che fu di Indro Montanelli. E ora è diretto da Tommaso Cerno, ex parlamentare di sinistra, pur anomala come quella di Matteo Renzi allora segretario del Pd, al quale Vannacci non piace per i guai che può provocare al centrodestra sottraendogli i voti necessari al sorpasso da parte delle opposizioni, se riusciranno a concordare prima delle elezioni un programma e un leader da candidare a Palazzo Chigi. O imponendo alla Meloni, per ora contraria, un’intesa che ne comprometterebbe l’affidabilità.

       Ospite di un convegno a Torino sulla sicurezza presieduto proprio da Vannacci, che ne ha salutato l’arrivo interrompendo il proprio intervento, Feltri in veste di direttore editoriale del Giornale ha manifestato al generale tutta la sua simpatia e condivisione, riconoscendogli il merito di avere scritto libri di successo e di avere  “divorato come antipasto” la Lega col movimento Futuro nazionale.   Egli ha quindi espresso dissenso dalla posizione critica del direttore responsabile Cerno, impegnandosi a contenerlo o contrastarlo sul Giornale di cui come direttore editoriale potrebbe essere considerato superiore, anche se nel contratto di lavoro giornalistico prevale il direttore responsabile.

        L’estimatore del generale ha già mantenuto la promessa sostenendo oggi sul Giornale, pur con minore evidenza di Cerno, le ragioni per le quali alla Meloni conviene tenersi nella maggioranza, o recuperare, il generale Vannacci.

       Chissà che cosa avrà da dire, e magari anche da scrivere sullo stesso Giornale, o privatamente navigando in internet, il corsivista Luigi Mascheroni, contrario ai giornalisti impegnati in politica com’è Vittorio Feltri, fattosi eleggere col centrodestra prima al Comune di Milano e poi al Consiglio regionale della Lombardia. Così contrario, il povero Mascheroni, da credere che a suo tempo, più di 40 anni fa, Montanelli avesse cacciato a “calci in culo” il cofondatore del Giornale Enzo Bettiza considerandolo un “reggicoda” di Bettino Craxi. E con lui anche il sottoscritto, pur già dimissionario, per un editoriale su Craxi che Montanelli non aveva voluto pubblicare dopo essersi consultato con i suoi – “i miei”, scrisse in una lettera- Giangaleazzo Biazzi Vergani e Mario Cervi. Non era ancora arrivato al Giornale Marco Travaglio: sì, proprio lui, l’attuale direttore del  Fatto Quotidiano, che di Montanelli si considera un po’ l’erede non dico designato ma quasi.

I giornalisti poco affidabili, come preti e banchieri, al minimo i politici

       Come giornalisti siamo messi alquanto male in una indagine condotta da Ipsos, per quanto possiamo consolarci del fatto che i sondaggisti, compresi quelli di Ipsos, sono messi male pure loro col 30 per cento soltanto di affidabilità. Trenta per cento loro, 23 per cento noi, come i banchieri e i preti.

       Ancora peggio di noi sono messi i conduttori dei telegiornali, chissà perché distinti dai giornalisti, i dirigenti d’azienda, i ministri, i dirigenti pubblicitari, i cosiddetti influencer e i politici, attestatisi sul 12 per cento senza distinzione fra quelli di maggioranza e di opposizione, accomunati nella diffidenza, a dir poco, del pubblico. Non a caso, del resto, quello degli astenuti è il partito maggiore nelle graduatorie elettorali da un bel po’ di tempo a questa parte.

       Ai primi posti nella lista dell’affidabilità uscita dalle ricerche dei poco affidabili sondaggisti ci sono gli scienziati col 64 per cento, i medici col 61, gli insegnanti col 51, la polizia col 42 per cento, i militari in genere col 40 per cento e i giudici col il 37 per cento, non so se accomunati per caso, per ignoranza o quant’altro ai pubblici ministeri. La cui carriera unica d’altronde è stata salvata con la bocciatura referendaria della separazione approvata in Parlamento con una riforma costituzionale.

       Ciascuno, secondo il mestiere che fa o gli viene attribuito dal sondaggio dell’Ipsos, compresi i “cittadini comuni” al 29 per cento di affidabilità, avrà modo di riflettere autocriticamente o non. Penso che noi giornalisti dovremmo chiederci quanto ci sia costata l’esposizione, diciamo così, del conduttore televisivo, inchiestista e aspirante martire Sigfrido Ranucci, in qualche modo paragonatosi ai compianti Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Piersanti Mattarella e Aldo Moro, in ordine rigorosamente alfabetico, per la fine che ha rischiato di fare col suo lavoro. Non, secondo lui, per le amicizie e le frequentazioni coltivate fuori dalla redazione di Report, compresa quella di Maria Rosaria Boccia, con presumibili effetti sul prodotto giornalistico e sulle sue stesse ambizioni personali, proiettate dal faccendiere pregiudicato Valter Lavitola addirittura su Palazzo Chigi. Per questo forse da giornalisti non ci meritiamo neppure il 23 per cento di affidabilità che ci è stato dato. 

Le contestazioni qualunquistiche dell’intervento sul bollo auto e moto

L’arma usata contro la Meloni per qualunquizzarla con la storia dell’abolizione del cosiddetto bollo sulle auto e moto si è ritorta contro gli avversari. La premier non aveva tutti i torti, diciamo così, a sfottere l’anno scorso il candidato delle 5 Stelle alla presidenza della Calabria, Pasquale Tridico, paragonandolo a Cetto La  Qualunque per la promessa fatta agli elettori di togliere la tassa regionale di possesso sulle auto e moto. Che rispetto al provvedimento appena adottato dal governo a livello nazionale aveva qualcosa di veramente qualunquistico.

       Tridico, che pure è un ecomomista, aveva promesso l’esonero generalizzato sino a 250 euro di bollo, senza altri limiti, dalla tassa “più odiata” dagli italiani, come l’ha definita Meloni. Che invece ha deciso di abolirla, augurabilmente in senso “strutturale”, cioè per sempre e non solo per il 2027 elettorale, non per tutti. Sono eliminati dall’esenzione, o abolizione, i mezzi con più di 80 cavalli fiscali, purchè i proprietari non ne posseggano altri. In questo caso l’esenzione vale per l’auto meno costosa. 

       Nell’intervento del governo, elettoralistico quanto si vuole ma pur sempre non generalizzato, ripeto, c’è quella sensibilità o selezione sociale non avvertita in Calabria da Tridico, che ne ricavò peraltro alcun vantaggio, vista la bocciatura rimediata nelle urne.  

Questa dell’offensiva contro la Meloni per l’affare della tassa su auto e moto non è stata e non è la sola anomalia, chiamiamola così, della pratica d’opposizione del cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra. Una pratica di contestazione ovunque e comunque. Contestazione persino della disponibilità appena annunciata dalla Meloni, in risposta ad un intervento della segretaria del Pd Elly Schlein, ad accogliere in quest’ultimo anno elettorale o elettoralistico della legislatura posizioni e proposte del Nazareno in materia energetica. Anche in questa disponibilità, doverosa ancor più che ragionevole su temi e nel contesto di una situazione internazionale complicata come questa che stiamo vivendo, tra vecchie guerre che non finiscono e nuove che rischiano di sopraggiungere, si è preferito vedere nel campo largo una trappola della Meloni. Che avrebbe deciso di dare una mano alla Schlein nella concorrenza che Elly o Elena, come preferite, subisce a sinistra da Conte. Il quale ha scommesso, ostinato com’è, sulla incomunicabilità e sul radicalismo per conquistare la leadership del campo progressista. Progressista tuttavia -ha impietosamente osservato Beppe Grillo- nel senso della “paralisi progressiva della mente”.  E ostinato, sempre Conte e sempre nella rappresentazione del suo ex garante, come un avvocato non più del popolo ma dei cavilli. Che sono in effetti una specialità degli avvocati civilisti, qual è l’ex premier.

Pubblicato sul Dubbio

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