Come giornalisti siamo messi alquanto male in una indagine condotta da Ipsos, per quanto possiamo consolarci del fatto che i sondaggisti, compresi quelli di Ipsos, sono messi male pure loro col 30 per cento soltanto di affidabilità. Trenta per cento loro, 23 per cento noi, come i banchieri e i preti.
Ancora peggio di noi sono messi i conduttori dei telegiornali, chissà perché distinti dai giornalisti, i dirigenti d’azienda, i ministri, i dirigenti pubblicitari, i cosiddetti influencer e i politici, attestatisi sul 12 per cento senza distinzione fra quelli di maggioranza e di opposizione, accomunati nella diffidenza, a dir poco, del pubblico. Non a caso, del resto, quello degli astenuti è il partito maggiore nelle graduatorie elettorali da un bel po’ di tempo a questa parte.
Ai primi posti nella lista dell’affidabilità uscita dalle ricerche dei poco affidabili sondaggisti ci sono gli scienziati col 64 per cento, i medici col 61, gli insegnanti col 51, la polizia col 42 per cento, i militari in genere col 40 per cento e i giudici col il 37 per cento, non so se accomunati per caso, per ignoranza o quant’altro ai pubblici ministeri. La cui carriera unica d’altronde è stata salvata con la bocciatura referendaria della separazione approvata in Parlamento con una riforma costituzionale.
Ciascuno, secondo il mestiere che fa o gli viene attribuito dal sondaggio dell’Ipsos, compresi i “cittadini comuni” al 29 per cento di affidabilità, avrà modo di riflettere autocriticamente o non. Penso che noi giornalisti dovremmo chiederci quanto ci sia costata l’esposizione, diciamo così, del conduttore televisivo, inchiestista e aspirante martire Sigfrido Ranucci, in qualche modo paragonatosi ai compianti Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Piersanti Mattarella e Aldo Moro, in ordine rigorosamente alfabetico, per la fine che ha rischiato di fare col suo lavoro. Non, secondo lui, per le amicizie e le frequentazioni coltivate fuori dalla redazione di Report, compresa quella di Maria Rosaria Boccia, con presumibili effetti sul prodotto giornalistico e sulle sue stesse ambizioni personali, proiettate dal faccendiere pregiudicato Valter Lavitola addirittura su Palazzo Chigi. Per questo forse da giornalisti non ci meritiamo neppure il 23 per cento di affidabilità che ci è stato dato.
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