Domani, non mercoledì 23 settembre 2026, ma il giornale quotidiano che il vecchio Carlo De Benedetti -92 anni fra due mesi- possiede per consolarsi della perdita di Repubblica procuratagli dai figli vendendola a un nipote di Gianni Agnelli, poi liberatosene pure lui per girarla a un armatore greco, ha appena creato e lanciato nelle edicole che ancora sopravvivono un mostro politico. Si chiama Melonacci, metà Meloni e metà Vannacci: Roberto Vannacci, il generale sul quale la sinistra scommette per superare nelle urne l’anno prossimo il centrodestra, pur nello stato confusionale in cui essa ancora si trova: senza un programma, almeno sul terreno decisivo della politica estera e di difesa, e senza un leader. Di cui è dubbio ogni giorno di più anche il metodo con cui sceglierlo: con le cosiddette primarie aperte, anzi apertissime agli intrusi reclamate da Giuseppe Conte nella convinzione di vincere battendo la segretaria del Pd Elly Schlein e tutti gli altri che vi aspirano pur facendo finta di no, o con una trattativa dietro le quinte, la solita dei palazzi, per cercare una soluzione di compromesso. E scambiarsi a tavolino, almeno nella fantasia, tutte le postazioni delle quali potrà disporre la coalizione delle attuali opposizioni se dovesse vincere le secondarie, come si chiamano con una certa ironia le elezioni vere e proprie per il rinnovo delle Camere.
Un po’ sorpresi e un po’ infastiditi dai chiari segnali di indisponibilità arrivati dalla Meloni a negoziare con Vannacci la permanenza o il ritorno nel centrodestra, anche a costo di perdere le elezioni scommettendo a sua volta sulla incapacità di tenuta degli avversari una volta al governo, divisi come sono anche loro, nella redazione di Domani si sono inventati Melonacci, appunto. Una Meloni cioè che rincorre Vannacci facendo in quest’ultimo anno della legislatura ciò che il generale reclama accusando la premier di debolezza. In questa combinazione di nomi e di posizioni il mostro si danneggerebbe da solo perché perderebbero credibilità entrambe le parti.
E’ un po’ quello che, da posizioni radicali di sinistra, per quanto schiacciato a destra dai critici dei suoi libri sulle malefatte compiute negli anni della Resistenza anche dai partigiani, la buonanima del mio amico Giampaolo Pansa fece costruendo il mostro di Dalemoni: metà Massimo D’Alema e metà Silvio Berlusconi. Che di giorno si combattevano e di notte, aiutati dall’immancabile Gianni Letta, si cercavano e aiutavano, finendo per non essere più creduti.
I due -D’Alema e Berlusconi- non ebbero in realtà molta fortuna. Il primo, pur spinto da Berlusconi alla presidenza di una celebre ma infelice commissione bicamerale di riforma della Costituzione, fu rottamato nel Pd da Matteo Renzi. L’altro nel centrodestra fu superato, perdendone la leadership, prima dal leghista Matteo Salvini e poi da Giorgia Meloni. Ma Salvini ebbe una crescita tanto vistosa quanto effimera, salendo al 34 per cento dei voti e precipitando poi al 5 o poco più, mentre la Meloni sta conservando una posizione dominante che ritiene di poter mantenere anche senza il Vannacci che gli avversari le hanno appiccicato addosso
Di Vannacci il corrosivo Beppe Grillo, pur impegnato in questi giorni a combattere l’infedele Conte con battute e invettive, ha detto con una certa esperienza come sensitivo che “è come una delcomania: più ci sputi sopra, più la inumidisci, più si appiccica”, appunto.
Ripreso da http://www.startmag.it