Sardo, italiano, europeo, occidentale: così si sente e si è definito Maro Sechi presentando al Centro studi americano -e dove sennò ?- il suo libro fresco di stampa della Piemme “Occidente o niente- Elogio dell’atlantismo”. Un libro scritto di getto con le energie e la visione geopolitica liberate in qualche modo dall’esarimento della direzione del quotidiano chiamato Libero, un po’ come come un ossimoro. Dove il mio amico Mario, col quale ho collaborato come al Tempo negli anni passati, si è confrontato – lui che è nato e si considera ancora cronista- con una cronaca ben poco divertente e incoraggiante. E in una congiuntura internazionale drammatica, non avendo l’Occidente -il suo e nostro Occidente- corso mai un rischio grande come questo in corso.
L’Occidente per Sechi non è un’espressione geografica come l’Italia avvertita superficialmente dal pur mitico Metternich alla conferenza di Vienna dopo il ciclone napoleonico. E’ prima di tutto un fenomeno culturale, esteso ben oltre i confini generalmente assegnatogli. Vi comprende, per esempio, anche Gerusalemme. E l’area mediorientale dove l’Occidente rischia più ancora che in quella porta europea che è diventata l’Ucraina difendendosi da più di quattro anni dalla Russia di Putin con gli aiuti più degli europei che degli Stati Uniti del presidente Donald Trump.
Le piazze europee attraversate da un antisemitismo dimentico di quello praticato industrialmente da Hitler nel secolo scorso; le piazze dove si bruciano le bandiere israeliane e si inneggia alla Palestina dal Giordano al mare, in cui ributtare gli ebrei scampati al 7 ottobre di tre anni fa, quando tutti ci sentimmo ebrei, ma molti, troppi solo per qualche giorno o ora; le piazze dove tutti scendono per Gaza devastata dagli israeliani, piuttosto che dai terroristi che l’hanno usata come scudo dei loro arsenali militari costruiti sotto case, ospedali, scuole, chiese, mercati e strade; le piazze dove mancano ormai solo i ragazzini per ora dirottati altrove, fra le apprensioni delle mamme per i pasti che non potrebbero ricevere dove sono stati portati dalle forze dell’ordine; queste piazze, dicevo, sono giustamente l’ossessione di Sechi. Che tuttavia resta ottimista perché ancora convinto che la forza invincibile dell’Occidente sia la capacità di riconoscere i suoi errori e di porvi rimedio.
E’ una convinzione, quest’ultima, apprezzata e condivisa anche dall’intelligenza artificiale alla quale gli anici del Foglio hanno affidato la lettura del libro di Sechi e che mi era apparsa un espediente, per quanto felice, di promozione, più che di recensione. Perciò quando Mario mi ha assicurato dell’autenticità del recensore, da non confondere con lui o altri umani, diciamo cosi, mi è toccato di dovermi ricredere su quel mostro che anche io, cavernicolo ormai per età, ho avvertito sinora. L’intelligenza artificiale, appunto.
Pubblicato sul Dubbio
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