Sforza Italia nella paura di Meloni e nella speranza di Franceschini

       Simone Canettieri, una ventina d’anni di professione giornalistica di cui quattro almeno trascorsi al Foglio quando ancora Silvio Berlusconi era chiamato ed era davvero “l’amor nostro”, anche se il fondatore Giuliano Ferrara si divertiva ogni tanto a dirsi di “tendenza Veronica”, con tutto ciò che poteva sottintendere quella formula in rapporti già logorati e infine rotti nell’augustissima coppia di Arcore-Macherio; Simone Canettieri, dicevo, ha attinto le sue ultime notizie di clan per annunciare, avvertire sulla prima pagina del Corriere della Sera,  in qualche modo anche confermare, non trattandosi di assoluta novità, “i dubbi di Meloni” sulla Forza Italia già del Cavaliere. Che oggi si divide fra il più o meno disciplinato Antonio Tajani, strapieno di impegni di partito, di governo e di societò, e i due figli maggiori del compianto Berlusconi. Che hanno per il partito fondato dal padre per meglio amare e servire la sua Italia interessi misti di cuore e di affari, avendo ereditato anche i crediti familiari equivalenti ai debiti del movimento forzista.

       Il sospetto, la paura, l’ossessione e quant’altro della premier è che in quest’ultimo anno di legislatura i pur ancora alleati e amici forzisti cerchino ancora più di prima “l’incidente”. O per banalmente alzare il prezzo di una rinnovata alleanza o, ancora meno banalmente, e più pericolosamente, per sganciarsi cogliendo qualcuno degli ormai numerosi pretesti o motivi di dissenso e disputa che si accumulano nelle aule parlamentari e dintorni.

       Appesa agli umori o manulori forzisti, di genere maschile e famminile, non è solo la sorte del centrodestra, almeno negli ultimi equilibri interni lasciati da Berlusconi, sorpreso dal sorpasso della Meloni non meno di quello subìto nelle precedenti elezioni ad opera della Lega di Matteo Salvini, che lo investì andando a fare nel 1978 il vice presidente del Consiglio di Giuseppe Conte, cioè in campo avverso, e lasciandoci le penne. In ballo è la sorte del bipolarismo di stile italiano, nel quale accade, per esempio, che il furbo Dario Franceschini si muova nel cosiddetto campo largo dell’alternativa contesa fra la Schlein e Conte, in edizione dorotea appena cucitagli addosso da Beppe Grillo, ma avvertendo ogni tanto che “l’azione d’oro” del bipolarismo italiano, come lui la chiama, ce l’anno i figli di Berlusconi o, più generosamente, i forzisti in senso lato. Con loro il partito di Franceschini si troverebbero comodo su tanti temi controversi invece a sinistra, a cominciare da quelli di politica estera e difesa.   

Il doroteismo democristiano nella surreale edizione 5 Stelle

Il piatto della vendetta, si sa, si serve e si mangia freddo. Come ha fatto in fondo Beppe Grillo mettendo il dito, diciamo così, nell’occhio di Giuseppe Conte e amici chiusi a quattro mandate nelle stanze e nei palazzi del potere che si erano invece proposti di scassinare e demolire, o aprire coma scatole di tonno -ricordate?- ai tempi dei fondatori, garanti e quant’altri del Movimento 5 Stelle.

       Ciascuno ha il suo Vannacci, Roberto Vannacci, in divisa militare, o da camera, o da spiaggia, o circense d’epoca romana,  Ce l’ha la destra di Giorgia Meloni, di Matteo Salvini e di Antonio Tajani, e ora il campo largo o ampio dell’alternativa, dove l’aspirante leader Conte, appunto, potrebbe trovarsi fra i piedi e le mani i grillni  di origine controllata, diciamo così, come Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, forse anche l’ex sindaca di Roma Virginia Raggi e quella di Torino Chiara Appendino. Avrebbe potuto essere della partita simil-vannacciana anche l’ex presidente della Camera Roberto Figo se, abituato ormai alle comodità di ogni senso di Montecitorio, dopo un rapido e fallimentare esperimento di un viaggio in autobus, salitovi alla Stazione Termini, sta provando ora quelle del palazzo napoletano della Regione Campania, di cui è presidente, O governatore, come si scrive e si dice ormai comunemente facendo gonfiare il petto agli interessati, speriamo senza farli esplodere rovinosamente

All’invettiva anti-poltronista o pauperistica di Grillo la creatura sfuggitagli di mano, il riaspirante a Palazzo Chigi Giuseppe Conte, che sogna di tornarvi al suo solito passo svelto, ha reagito rinfacciando al comico prestatosi per un po’ alla politica la fiducia riposta a suo tempo in Mario Draghi, scambiandolo per un un pentastellato. Mario Draghi, il presunto intruso e uomo dei poteri forti, anzi fortissimi, portato alla guida del governo, scalzando proprio Conte, con una operazione di palazzo -sinonimo di congiura, complotto  e simili- dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che del resto aveva esitato a conferirgli il primo mandato di presidente del Consiglio, e da quel guastatore ormai professionale che dovrebbe essere Matteo Renzi agli occhi e al cervello del concorrente di Elly Schlein a Palazzo Chigi.  E della Meloni al Colle quando sarà libero.

Pubblicato sul Dubbio

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