Sia pure al nono posto su tredici, e unica donna, come al solito ormai nella sua fulminante carriera politica, prima Palazzo Chigi e forse anche al Quirinale quando ne uscirà il quasi Re in carica per durata, Giorgia Meloni è dunque finita nella lista iraniana dei condannati a morte per la guerra tuttora in corso contro gli ayatollah guidata dai presidenti di Israele e degli Stati Uniti, in testa all’elenco. In tuta doverosamente arancione dei detenuti delle carceri iraniane, la Meloni ha dunque ottenuto il riconoscimento negatole più volte da Donald Trump, fra insulti e qualche minaccia di ritorsione, di partecipe a quella guerra che si sta rilevando per il titolare della Casa Bianca un disastro politico. Se ne vedranno fra pochi mesi gli effetti nelle elezioni americane di medio termine.
Baciata letteralmente dalla fortuna, e non solo metaforicamente, e perciò invidiata e al tempo stesso temuta dai suoi avversari interni – o domestici, come si dice in americano- la premier finirà invece per ricevere più vantaggi che svantaggi dalla lista nera, o arancione, dell’Iran. Già immagino “li mortacci”, alla romana, gridati in cuor loro contro gli ayatollah nel famoso e fumoso campo largo dell’alternativa dai vari aspiranti, stavolta davvero uniti, alla guida del governo alternativo: Giuseppe Conte, Elly Schlein, in ordine alfabetico, e via via tutti gli altri dei cespugli anche di centro innaffiati ogni tanto persino dal generoso Goffredo Bettini.
La tragedia, o la tragiccommedia, di questi signori sta nel fatto che, pur tra contorsioni, recriminazioni e simili, saranno costretti da un minimo di decenza a solidarizzare con la loro avversaria. E a continuare a farle opposizione anche nella prossima legislatura.