Il terrorismo si affaccia finalmente ai titoli dei giornaloni su Val di Susa

       Meglio tardi che mai, d’accordo. Il terrorismo subito avvertito da gente di buon senso, e di una certa esperienza, nella guerriglia in Val di Susa, con più di 120 agenti di Polizia e Carabinieri feriti, danni per più di un milione di euro e un migliaio di identificati fra i manifestanti giunti sul posto armati di tutto ciò che poteva procurare morti fortunatamente mancati, si è affacciato, sia pure come “ipotesi”, nei titoli anche dei giornaloni tipo Repubblica e Stampa. Dei quali spero che si siano accorti pure a sinistra, dove a livello politico si continua a mettere la testa sotto la sabbia, o a guardare altrove. O a prendersela col governo di destra incapace di prevenire la “violenza organizzata”. Che peraltro è la formula riduttiva curiosamente adottata dalla premier Giorgia Meloni nel sopralluogo effettuato col ministro dell’Interno Matteo Piantedosi.

       Questa reticenza di linguaggio  da parte di un presidente del Consiglio, al maschile come la Meloni preferisce che si scriva, non è solo curiosa. E’ anche sorprendente e autolesionistica, peraltro in quella che si può ormai considerare la lunga campagna elettorale in corso per il rinnovo delle Camere, alla scadenza ordinaria o anticipata del loro mandato quinquennale cominciato nel 2022. “Sveglia, regà”, diceva romanisticamente una volta la Meloni ai colleghi giovani e anche anziani della sua parte politica. E anche ad alcuni ministri ai bachi parlamentari di governo. Che fa, presidente? Si siede proprio adesso?

Il campo largo, anzi stretto, esplorato dal direttore del Corriere della Sera

       Comincia ad avere dubbi sul campo largo dell’alternativa al centrodestra, sino a manifestarli per iscritto, anche Luciano Fontana, approdato al Corriere della Sera dall’Unità dei tempi di Walter Veltoni e salito sino alla direzione. Dove, guarda caso, ha assunto Veltroni quando la politica ha restituito il primo segretario del Pd al giornalismo, o gli ha fatto ritrovare l’antico amore familiare.

       In risposta al lettore scettico Marco Colombo, scelto ieri come l’interlocutore privilegiato di giornata nella pagina della corrispondenza, il direttore del maggiore giornale italiano ha lamentato, diciamo pure denunciato “i molti aspetti fratricidi” della “battaglia in corso” tra le opposizioni al governo. La segretaria del Pd Elly Schlein sarebbe “sotto assedio” ad opera soprattutto del Movimento 5 Stelle, che vuole “trascinare gli alleati”, si fa per dire, “in una coalizione dai connotati radicali”, ma non del compianto Marco Pannella, con l’esclusione delle “formazioni centriste, in particolare quella dell’odiato Matteo Renzi”. Che, dal canto suo, mi permetto di aggiungere, fa tutto il possibile e l’impossibile per guadagnarsi l’ostilità, pur essendo stato nel 2019 il responsabile del recupero di Giuseppe Conte appena scaricato da Salvini, l’altro Matteo.

       Nelle “condizioni” alle quali si è ridotta la convivenza nel campo fintamente largo, in realtà sempre più ristretto quando cerca di darsi un programma e una leadership, Fontana ha avvertito non tanto il suo interlocutore speciale di giornata quanto il più vasto pubblico che non può bastare “l’antimelonismo” della polemica quotidiana ad assicurarne la sconfitta. Come fu per l’antiberlusconismo. Né potranno bastare le scommesse che si fanno a sinistra sui guai che il generale Roberto Vannacci, in tenuta da bagno o imperiale, è in grado di procurare al centrodestra sia rimanendovi sia uscendone.

Cinquant’anni dalla solidarietà nazionale consentita dal proporzionale

Come il 16 luglio sono trascorsi 50 anni dalla prima elezione a segretario del partito socialista italiano di Bettino Craxi, che ne avrebbe capovolto la linea politica di sostanziale appiattimento al Pci, tentando già nel 1979, su incarico del collega di partito Sandro Pertini al Quirinale, di guidare un governo di coalizione con la Dc e riuscendovi nel 1983, così il 29 luglio saranno trascorsi 50 anni dalla formazione del primo dei due governi monocolori democristiani  appoggiati esternamente anche, o soprattutto, dai comunisti. Che prima si astennero e poi  accordarono la fiducia negoziata su un programma.

 Fu una soluzione compromissoria di un altro compromesso: quello “storico” ipotizzato e proposto dal Pci di Enrico Berlinguer nell’intento di un governo di coalizione. La Dc di Aldo Moro, che ne era il presidente, mentre segretario era il suo devoto Benigno Zaccagnini, concesse ai comunisti di affacciarsi prima e di entrare poi solo nella maggioranza, che fu chiamata “di solidarietà nazionale”, per sostenere un governo non di coalizione ma monocolore democristiano necessitato, diciamo così. Un governo e una maggioranza che seppero e vollero realizzare anche una riforma importante come quella sanitaria del servizio nazionale.

Il carattere necessitato, ripeto, di quei due governi monocolori democristiani, i più a sinistra nella storia della Dc ma affidati, in compenso, all’uomo in qualche modo più a destra di quel partito, Giulio Andreeotti, solo quattro anni prima presidente del Consiglio con i liberali di Giovanni Malagodi, nasceva dalla indisponibilità dei comunisti ad appoggiare dall’esterno una coalizione che, non comprendendoli, li discriminasse rispetto a ministri socialisti, per esempio. A sinistra, quindi, tutti dentro o tutti fuori, fu la scelta praticamente imposta dal Pci col dissenso, o qualcosa del genere, di Giorgio Napolitano. Che era preoccupato del logoramento che sarebbe inevitabilmente derivato nei rapporti col Psi, specie quello di cui aveva appena assunto la guida Craxi all’insegna dell’autonomia, non della subordinazione praticata, volente o nolente, dal predecessore Francesco De Martino.

La maggioranza di solidarietà nazionale, costata poi la vita ad Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse per avere “imborghesito” il Pci di tradizioni rivoluzionarie con la complicità di Berglinguer, risparmiato tuttavia alla vendetta, viene spesso, se non generalmente, considerata come una prova del male che potrebbe produrre un sistema elettorale proporzionale, di cui si avverte ora qualche nostalgia di fronte alla crisi del bipolarismo prodotto dal sistema maggioritario, o misto. In cui non sarebbe consentito a partiti elettoralmente e dichiaratamente contrapposti com’erano la Dc e il Pci, di partecipare ad una comune maggioranza dopo il voto, in Parlamento. Ma 50 anni fa né gli elettori democristiani né gli elettori comunisti furono raggirati con quella maggioranza parlamentare. Gli uni e gli altri sapevano che i loro partiti sarebbero stati costretti ad accordarsi se la paralisi socialista provocata da De Martino prima delle elezioni, troncando la collaborazione con lo scudo crociato non avesse consentito soluzioni diverse. Né la Dc nè il Pci – “i due vincitori”, disse generosamente Moro , nonostante la prima avesse preso più voti dell’altro- erano interessati ad elezioni non anticipate ma anticipatissime, per paura di un risultato peggiore.

Cade dunque un’altra delle preclusioni tornate o riproposte nel dibattito politico ad un ritorno al sistema elettorale, e naturalmente ai voti di preferenza. Che possono preoccupare o infastidire i vertici dei partiti -ormai abituati alla pratica delle liste bloccate, equivalente alla nomina dei parlamentari, in fondo anche con i collegi uninominali- non certo gli elettori.  La cui sovranità è ormai solo un’astrazione del primo dei 139 articoli della Costituzione, la presunta più bella del mondo.

Questa storia della Costituzione italiana “più bella del mondo” se la inventò, o la declamò con particolare enfasi, il già ex segretario del Pd Luigi Bersani contrastando nel referendum del 2016, dieci anni fa, insieme con Massimo D’Alema la riforma tentata dal governo di Matteo Renzi, anche segretario del partito. Pur vincitori nello scontro referendario, con tanto di festa e di brindisi, l’uno e l’altro – Bersani e D’Alema- uscirono dal Pd perché contrari alla segreteria Renzi, al Nazareno, sopravvissuta alla sconfitta. Sarebbero rientrati, i due e compagni al seguito, solo quando dal Pd sarebbe uscito Renzi. Col quale tuttavia essi si ritrovano adesso nel cosiddetto campo largo dell’alternativa ancora senza un programma e una leadership comune, contesa fra la segretaria piddina Elly Schlein e l’ex premier pentastellato Giuseppe Conte, ma con molti altri pronti a fare le scarpe ad entrambi coltivando altre candidature, femminili e maschili. E’ la bellezza del bipolarismo all’italiana, e tu non ci puoi fare niente, come la stampa del mitico Humphrey Bogart al telefono con un criminale, a Casablanca.

Pubblicato sul Dubbio

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