Cinquant’anni dalla solidarietà nazionale consentita dal proporzionale

Come il 16 luglio sono trascorsi 50 anni dalla prima elezione a segretario del partito socialista italiano di Bettino Craxi, che ne avrebbe capovolto la linea politica di sostanziale appiattimento al Pci, tentando già nel 1979, su incarico del collega di partito Sandro Pertini al Quirinale, di guidare un governo di coalizione con la Dc e riuscendovi nel 1983, così il 29 luglio saranno trascorsi 50 anni dalla formazione del primo dei due governi monocolori democristiani  appoggiati esternamente anche, o soprattutto, dai comunisti. Che prima si astennero e poi  accordarono la fiducia negoziata su un programma.

 Fu una soluzione compromissoria di un altro compromesso: quello “storico” ipotizzato e proposto dal Pci di Enrico Berlinguer nell’intento di un governo di coalizione. La Dc di Aldo Moro, che ne era il presidente, mentre segretario era il suo devoto Benigno Zaccagnini, concesse ai comunisti di affacciarsi prima e di entrare poi solo nella maggioranza, che fu chiamata “di solidarietà nazionale”, per sostenere un governo non di coalizione ma monocolore democristiano necessitato, diciamo così. Un governo e una maggioranza che seppero e vollero realizzare anche una riforma importante come quella sanitaria del servizio nazionale.

Il carattere necessitato, ripeto, di quei due governi monocolori democristiani, i più a sinistra nella storia della Dc ma affidati, in compenso, all’uomo in qualche modo più a destra di quel partito, Giulio Andreeotti, solo quattro anni prima presidente del Consiglio con i liberali di Giovanni Malagodi, nasceva dalla indisponibilità dei comunisti ad appoggiare dall’esterno una coalizione che, non comprendendoli, li discriminasse rispetto a ministri socialisti, per esempio. A sinistra, quindi, tutti dentro o tutti fuori, fu la scelta praticamente imposta dal Pci col dissenso, o qualcosa del genere, di Giorgio Napolitano. Che era preoccupato del logoramento che sarebbe inevitabilmente derivato nei rapporti col Psi, specie quello di cui aveva appena assunto la guida Craxi all’insegna dell’autonomia, non della subordinazione praticata, volente o nolente, dal predecessore Francesco De Martino.

La maggioranza di solidarietà nazionale, costata poi la vita ad Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse per avere “imborghesito” il Pci di tradizioni rivoluzionarie con la complicità di Berglinguer, risparmiato tuttavia alla vendetta, viene spesso, se non generalmente, considerata come una prova del male che potrebbe produrre un sistema elettorale proporzionale, di cui si avverte ora qualche nostalgia di fronte alla crisi del bipolarismo prodotto dal sistema maggioritario, o misto. In cui non sarebbe consentito a partiti elettoralmente e dichiaratamente contrapposti com’erano la Dc e il Pci, di partecipare ad una comune maggioranza dopo il voto, in Parlamento. Ma 50 anni fa né gli elettori democristiani né gli elettori comunisti furono raggirati con quella maggioranza parlamentare. Gli uni e gli altri sapevano che i loro partiti sarebbero stati costretti ad accordarsi se la paralisi socialista provocata da De Martino prima delle elezioni, troncando la collaborazione con lo scudo crociato non avesse consentito soluzioni diverse. Né la Dc nè il Pci – “i due vincitori”, disse generosamente Moro , nonostante la prima avesse preso più voti dell’altro- erano interessati ad elezioni non anticipate ma anticipatissime, per paura di un risultato peggiore.

Cade dunque un’altra delle preclusioni tornate o riproposte nel dibattito politico ad un ritorno al sistema elettorale, e naturalmente ai voti di preferenza. Che possono preoccupare o infastidire i vertici dei partiti -ormai abituati alla pratica delle liste bloccate, equivalente alla nomina dei parlamentari, in fondo anche con i collegi uninominali- non certo gli elettori.  La cui sovranità è ormai solo un’astrazione del primo dei 139 articoli della Costituzione, la presunta più bella del mondo.

Questa storia della Costituzione italiana “più bella del mondo” se la inventò, o la declamò con particolare enfasi, il già ex segretario del Pd Luigi Bersani contrastando nel referendum del 2016, dieci anni fa, insieme con Massimo D’Alema la riforma tentata dal governo di Matteo Renzi, anche segretario del partito. Pur vincitori nello scontro referendario, con tanto di festa e di brindisi, l’uno e l’altro – Bersani e D’Alema- uscirono dal Pd perché contrari alla segreteria Renzi, al Nazareno, sopravvissuta alla sconfitta. Sarebbero rientrati, i due e compagni al seguito, solo quando dal Pd sarebbe uscito Renzi. Col quale tuttavia essi si ritrovano adesso nel cosiddetto campo largo dell’alternativa ancora senza un programma e una leadership comune, contesa fra la segretaria piddina Elly Schlein e l’ex premier pentastellato Giuseppe Conte, ma con molti altri pronti a fare le scarpe ad entrambi coltivando altre candidature, femminili e maschili. E’ la bellezza del bipolarismo all’italiana, e tu non ci puoi fare niente, come la stampa del mitico Humphrey Bogart al telefono con un criminale, a Casablanca.

Pubblicato sul Dubbio

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