Non so se Walter Veltroni lo ha fatto in veste più di politologo che di politico, di editorialista del Corriere della Sera o di primo ed ex segretario del Partito Democratico da lui concepito a vocazione maggioritaria, tanto da allarmare gli allora alleati minori dell’Unione, come Clemente Mastella. Che approfittò delle disavventure giudiziarie di famiglia per accelerare nel 2008 la caduta del secondo e ultimo governo di Romano Prodi, dopo il quale il cosiddetto centrosinistra non riuscì più a vincere davvero un turno nazionale di elezioni. Non so, ripeto, in che veste prevalente delle due che gli spettano per il lavoro che svolge e per quello precedente, ma Walter Veltroni ha allargato lo sguardo sulla prossima legislatura non limitandosi alle corse a Palazzo Chigi nel 2027 e al Quirinale nel 2029, alla scadenza del secondo mandato di Sergio Mattarella.
Egli ha sollevato un problema di galateo istituzionale, chiamiamolo così, sostenendo che dovranno essere il più possibile larghe e condivise anche le assegnazioni delle presidenze delle Camere, nello spirito della “solidarietà nazionale” che nel 1976 portò il comunista Pietro Ingrao al vertice di Montecitorio e confermò il democristiano Amintore Fanfani al Senato.
Quello spirito bipartisan, o di buona educazione istituzionale, sopravvisse alla stagione della “solidarietà nazionale” dei due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti sostenuti anche, o soprattutto, dal Pci di Enrico Berlimguer. A Ingrao seguirono alla Camera le presidenze della comunista Nilde Jotti, detta “la zarina”, e del compagno di partito Giorgio Napolitano. Una “zarina”, la Jotti, che in una riunione della direzione del Pci, anche se Veltroni non lo ha ricordato, mise in riga Berlinguer che le contestava il freno all’ostruzionismo dell’opposizione al decreto legge sui tagli o sul rallentamento della scala mobile dei salari, adottato dal governo di Bettino Craxi per ridurre l’inflazione a due cifre che divorava il valore reale dei salari. Un ostruzionismo parlamentare fallito il quale, il Pci impose alla Cgil guidata dal pur moderato Luciano Lama il ricorso a un referendum abrogativo ancora più clamorosamente fallito nel 1985, simile sul piano politico e sociale alla sconfitta subita dalla Dc nel 1974 sul referendum abrogativo della legge sul divorzio.
La buona educazione parlamentare, diciamo così, finì con l’avvento della cosiddetta seconda Repubblica, quando il bipolarismo si è paradossalmente tradotto nel diritto o nell’abitudine, come preferite, di assegnare allo stesso schieramento le presidenze tanto della Camera quanto del Senato, sempre più frequentemente coinvolte nell’animosità dello scontro politico e scambiate per presidenze di parte.
L’analisi di Veltroni nell’editoriale di ieri sul Corriere della Sera, a prescindere da chi potrà esserne il beneficiario l’anno prossimo, già nelle preferenze dello stesso Veltroni o nella casualità delle scelte che si faranno, mi sembra corretta. E avrebbe ben potuta essere anticipata da Berlusconi, a destra, nella legislatura -la sedicesima- del suo quarto governo. Quando il Cavaliere preferì affidare, come promesso prima del voto, la presidenza della Camera a Gianfranco Fini, il suo alleato di destra, piuttosto che ad un esponente del Pd di Veltroni, pronto al dialogo, per cercare un accordo bipartisan su una riforma costituzionale. Fini investì la sia forza politica nel logoramento di Berlusconi, sino a farsi cacciare dal Pdl nel frattempo creato, e nel tentativo, per quanto fallito, di sfiduciarlo alla Camera facendo passare un suo nuovo partito all’opposizione. La quale, dal canto suo, spianò la strada ai governi governi tecnici, prima di Mario Monti e poi di Mario Draghi, che insieme hanno prodotto uno sbandamento tale della politica da fare conquistare la maggioranza all’astensionismo elettorale.
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