E’ più di un paradosso quello di Antonio Polito sul Corriere della Sera, dove ha scritto che dovremmo essere grati a Walter Lavitola di avere da solo sognato Sigfrido Ranucci presidente del Consiglio, a capo di una coalizione di cosiddetto centrosinistra -molto cosiddetto- e da solo anche distrutto gestendo a suo modo il progetto. Prima finendo lui stesso in galera confessando di avere fatto saltare due auto davanti a casa di Ranucci per procurargli notorietà e protezione, e poi facendo rischiare guai giudiziari anche all’amico. Guai giudiziari per i sospetti di complicità e simili, alla ricerca anche lui di maggiore visibilità politica e guai aziendali per i problemi creatigli non tanto dai pur clamorosi solleciti del vice presidente del Consiglio leghista Matteo Salvini ad una “pausa” , o qualcosa di simile, quanto dai dubbi più che comprensibili creatisi persino fra i colleghi sulla opportunità di lasciare abbinate la testata di Report e la figura del suo conduttore attuale, specie confrontandola a quella dei predecessori.
Già nella lontana prima Repubblica, ai suoi esordi, pur con partiti dominanti delle dimensioni della Dc e del Pci esplose la novità, l’imprevisto, chiamatelo come volete, del qualunquismo protestatario dell’omonimo movimento di Guglielmo Giannini. Svanito tuttavia da solo, senza l’aiuto di un Lavitola dei suoi tempi. Fu lo stesso Giannini, giornalista pure lui , non televisivo perché la tv non c‘era ancora, scrittore, regista, drammaturgo, a ridere e far ridere amici ed avversari chiedendo e ottenendo alla fine dalla Dc ospitalità e bocciatura elettorale, dopo avere resistito peraltro a una mezza apertura fattagli a sinistra dallo storico segretario del Pci Palmiro Togliatti in persona.
Nella seconda Repubblica, finiti i grandi partiti ideologici, e anche quelli di piccole dimensioni ma di grandi tradizioni e culture, le cose sono andate ben diversamente. Dalle ghigliottine giudiziarie e mediatiche dei primi anni Novanta rotolarono teste, ma si avvertirono anche bisogni di normalità, diciamo così. Silvio Berlusconi seppe raccoglierli e interpretarli con l’impronta, l’esperienza e la qualità di “un impresario” di spettacolo riconosciutegli persino dal più severo e ostinato dei suoi critici: Eugenio Scalfari. Che non si dava pace del fatto che un partito da stadio come “Forza Italia” fosse riuscito a vincere le elezioni all’esordio e conquistare Palazzo Chigi.
Dalle ghigliottine giudiziarie e mediatiche nacque sul versante opposto anche il leghismo truce e secessionista di Umberto Bossi. Che Berlusconi- sempre lui, “l’impresario” di definizione scalfariana- seppe nel giro di pochi anni, e pur tra iniziali incidenti assecondati al Quirinale dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, convertire a quella che Bettino Craxi aveva chiamato ai suoi tempi “governabilità”. Fu quella, appunto, creata da Berlusconi nel 1994 e ancora in corso del centrodestra guidato non più da lui, ancora vivo quando subì il sorpasso elettorale, non dalla Lega di Salvini compomessasi col primo governo di Giuseppe Conte, ma dalla giovane Giorgia Meloni.
Il primo governo di Giuseppe Conte, costata quasi la vita alla Lega, fu il prodotto del grillismo, che fa non solo rima col qualunquismo, affacciatosi alle elezioni nel 2013 ed esploso nel 2018 umiliando il Pd di Pier Luigi Bersani. Nella sua evoluzione il grillismo avvolto nell’antiparlamentarismo, sino a ridurre consistenze e ruolo delle Camere, indusse lo sconsolato Scalfari alla disperazione di confessare una volta in televisione la preferenza per Berlusconi.
Ora che il grillismo, fatto fuori Beppe Grillo proprio dall’uomo da lui mandato a Palazzo Chigi nel 2018, è diventato contismo populista, con meno voti elettorali ma più mercato politico, essendo l’ex premier Conte, appunto, il concorrente principale e temuto della segretaria del Pd alla guida di un governo alternativo al centrodestra, la politica è attraversata da incredulità, quanto meno. Quella, per esempio, che accompagna a destra la crescita del generale Rioberto Vannacci.
Si vive così confusamente alla giornata, si crede così poco alla serietà di quanto accade che può essere venuto in mente a uno come Walter Lavitola di promettere o prospettare al conduttore televisivo Sigfrido Ranucci di portarlo in due anni a Palazzo Chigi, fra sondaggi e promozioni anche dinamitarde. E può essere accaduto anche che Ranucci, appena salito fra le nuvole per ispirarsi a Moro, Falcone, Borsellino e Piersanti Mattarella, si sia lasciato tentare dall’avventura, contando ora anche sulla solidarietà ottenuta da un campo largo che quasi smania di averlo, di proteggerlo e di esserne guidato. Alla faccia delle ambizioni della Schlein, di Conte, della Salis, di Onorato, di Ruffini eccetera eccetera.
Pubblicato sul Dubbio
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