Lavitola gioca con l’amico Ranucci come la luna col sole

       Come la luna col sole eclissato, Walter Lavitola ha giocato col suo amico Sigfrido Ranucci, ma ancora  di più con la magistratura e col pubblico che se ne interessa, limitando all’obbiettivo di procurargli più protezione, con tanto di scorta rafforzata, l’iniziativa ammessa di fargli saltare due auto davanti a casa   nello scorso autunno. Il conduttore televisivo di Report si sarebbe fatto troppi e troppo pericolosi nemici col suo giornalismo d’inchiesta per non essere protetto. “Una bomba d’amore”, si è già scherzato nei salotti televisivi e sulle prime pagine dei giornali. Se all’insaputa o col consenso di Ranucci, in un amore insomma ricambiato, i magistrati dovranno accertarlo, per niente aiutati dall’interessato, il cui avvocato ha oppposto no comment ai cronisti curiosi.

       Ciò che colpisce della deposizione di Lavitola ai magistrati è la sfrontatezza di nascondere o minimizzare -si vedrà negli sviluppi delle indagini- il suo interesse, a dir poco, emerso da tutte le cronache ad una carriera politica di Ranucci. Per il quale l’imputato si consultava da qualche tempo con amici anche autorevoli, dall’ex direttore del Corriere Paolo Mieli all’attuale direttore di Repubblica Stefano Cappellini, preparando sondaggi e quant’altro sul gradimento di una partecipazione di Ranucci alla  corsa a Palazzo Ghigi nel cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra.

       Ranucci non sarebbe, anzi non sarebbe stato, viste le difficoltà sopraggiunte, il primo giornalista, televisivo o di carta ancora scampata, a fare politica militante, proponendosi o lasciandosi proporre da questa o quella parte al Parlamento, italiano o europeo. Ma sarebbe, anzi sarebbe stato, il primo giornalista a proporsi o a lasciarsi proporre direttamente alla guida di un campo e di un governo. Una prospettiva, questa, nella quale è difficile credere alla tesi di Lavitola di avere voluto procurare all’amico più visibilità e più protezione solo per consentirgli di lavorare meglio con le inchieste del suo Report o personali. O di procurargli qualche offerta dalle aziende e reti  concorrenti della Rai che potesse -e possa ancora- consentirgli di abitare ai Parioli, a Roma, anziché a Pomezia.

       I progetti politici di Lavitola e di Ranucci, separati o insieme, condivisi o non, non sono il companatico di questa vicenda. O se lo sono stati, non possono continuare ad esserlo. E’ il piatto principale del pranzo. Il cosiddetto campo largo dell’alternativa al centrodestra di Giorgia Meloni, già pieno di problemi, di contrasti di programma e di ambizioni personali, se n’è procurato un altro sostenendo Ranucci, le sue inchieste e quant’altro prima ancora di ospitarlo o assumerlo.

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