E se la palude lamentata dalla premier Giorgia Meloni dopo la sconfitta alla Camera sulle preferenze, altro che il mare della vignetta della Stampa, si chiamasse davvero Marina? Intesa naturalmente come Marina Berlusconi, la primogenita di Silvio fondatore di Forza Italia, alla quale anche Flavia Perina, sempre sulla Stampa, buona conoscitrice della destra per avervi militato come direttrice, a suo tempo, del Secolo d’Italia, ha attribuito la regìa dell’agguato a Montecitorio. Dove è stata vista, presente di rado, con una certa, anch’essa insolita allegria, Marta Fascina, la quasi vedova del compianto Cavaliere di Arcore considerata molto vicina alla figlia, ai suoi progetti, alle sue ambizioni.
Anche Marina, come il padre che ne usufruì per primo vincendo le elezioni del 1994 con la legge che aveva cancellato anche l’unico voto di preferenza sopravvissuto al referendum di due anni prima, considera forse le preferenze non dico criminali come l’ancor vivo e non pentito Mariotto Segni, ma quanto meno fastidiose. Che fanno perdere la testa a chi ne raccoglie tante e tolgono sicurezza ai capi dei partiti e delle rispettive correnti affezionati ormai alla pratica delle liste bloccate. In cui i candidati vengono eletti nell’ordine loro assegnato dall’alto, o altissimo.
In più, Marina è donna come tutte le altre, un po’ in tutti i partiti, compreso il Pd, che temono di soccombere agli uomini nel gioco appunto delle preferenze. E’ più facile per loro aspirare all’elezione con la parità di genere tutelata dall’obbligo di mettere in lista i candidati alternando uomini e donne.
Che cosa c’entri tutto questo con la democrazia e la concorrenza francamente non si capisce Ma sono ormai una trentina d’anni che si fa così. E si continuerà probabilmente a fare col consenso, anzi con l’entusiasmo degli aspiranti all’alternativa di governo, non di sistema elettorale e selezione delle classi dirigenti.
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