E’ ripresa la fuga dalle urne, e dai partiti che le intossicano

       Più i partiti s’incarogniscono, al loro interno e nelle coalizioni reali o virtuali cui appartengono o aspirano, sino ad accapigliarsi sulla memoria di Giorgio Almirante onorato in morte 38 anni fa anche dal partito comunista ricambiando il rispetto e l’omaggio del leader missino ad Enrico Berlinguer, più gli elettori li rifiutano. E preferiscono disertare le urne alle quali sono chiamate, come quelle dei 749 Comuni in cui si vota sino alle ore 15 di oggi. Ieri il dato di affluenza è risultato in calo del 4 per cento rispetto all’analogo precedente elettorale. Alla faccia del “lieve” avvertito da alcuni volenterosi cronisti.

       Il calo è ripreso dopo le illusioni di maggiore partecipazione al referendum di marzo sulla riforma costituzionale della magistratura, perduto dal governo che era riuscito a fare approvare dal Parlamento la separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri,  conseguentemente del Consiglio Superiore, e il ricorso ad un’Alta Corte di disciplina delle toghe.

       Una rondine non fa primavera, dice un vecchio proverbio. E infatti gli elettori hanno ripreso a fuggire dalle urne. E a punire i partiti, praticamente tutti, per il loro modo di governare o di fare opposizione, a livello locale e nazionale.

La sinistra perde la testa e la memoria sulla figura di Giorgio Almirante

La rispettosa e rispettata partecipazione di Nilde Jotti e Giancarlo Pajetta alla comune camera ardente di Giorgio Almirante e Pino Romualdi nel maggio del 1988, testimoniata in un bell’articolo su Libero di Annalisa Terranova, che faceva parte del picchetto del servizio d’ordine dei giovani missini, era stata preceduta nel 1985 dalla visita commossa di Giorgio Almirante alla camera ardente di Enrico Berlinguer, allestita alle Botteghe oscure. Dove il leader della destra italiana, come avrebbe raccontato poi la moglie Assunta, aveva deciso di andare piangendo alla notizia della morte del segretario comunista. Di cui era stato certamente un avversario senza tuttavia disconoscerne i meriti, a partire dalla onestà personale, o negargli addirittura la collaborazione in passaggi difficilissimi della storia nazionale, e non solo di entrambi i loro partiti.

       Il Pci, in particolare, era minacciato nella sua credibilità e persino sopravvivenza dal terrorismo rosso che lo sentiva imborghesito dai rapporti con la Dc di Aldo Moro e di Giulio Andreotti. Il partito di Amirante era minacciato dal terrorismo nero, al quale veniva abbinato per aumentarne l’isolamento in nome dell’antifascismo. I due segretari in una rigorosa riservatezza imposta dalle loro basi animose, chiamiamole così, avevano avvertito la necessità e preso l’abitudine di incontrarsi e scambiarsi notizie, consigli e impegni.

Fu una bella e rara pagina della politica nazionale, calpestata più ancora che dimenticata dalla sinistra che ha fatto un caso anche del ricordo dedicato ad Almirante nel trentattotesimo anniversario della scomparsa dalla premier Giorgia Meloni e dal presidente del Senato Ignazio La Russa, la solita “seconda carica dello Stato” che gli viene rimproverata, anzi rinfacciata, ogni volta che lui dice o fa ciò che non piace ai suoi critici e avversari in servizio permanente ed effettivo.

       Si demonizza con ossessione in  Italia una destra con la quale anche prima della cura termale di Gianfranco Fini a Fiuggi hanno avuto rapporti  di un certo peso politico tutti indistintamente i partiti. Ricordo, fra l’altro, i voti missini con i quali nel 1955 Giulio Andreotti riuscì a mandare al Quirinale, mischiati ad alcuni comunisti, Giovanni Gronchi. Lo stesso Andreotti e altri della Dc riuscirono poi a coinvolgere, quanto meno, i missini -che non aspettavano altro- nell’elezione dei presidenti della Repubblica Antonio Segni e Giovanni Leone. Sarebbe accaduto nel 1985, su richiesta dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi a Giorgio Almirante, anche con Arnaldo Forlani, se questi non si fosse sottratto da solo alla corsa per fare correre ed eleggere in una sola votazione Francesco Cossiga alla scadenza del mandato di Sandro Pertini.

       Scendiamo pure di qualche gradino, dal Quirinale a Palazzo Chigi, o al Viminale che aveva precedentemente condiviso col Ministero dell’Interno la sede della Presidenza del Consiglio. Ricordo i voti missini al governo del democristiano Adone Zoli, che si vantò di non averli chiesti e fece finta di rifiutare, avvalendosene per restare in carica e, fra l’altro, sottrarre alla clandestinità la tomba di Mussolini. Ricordo i voti missini, per niente rifiutati neppure essi, al governo del democristiano Fernando Tambroni, che Gronchi aveva nominato per preparare la prospettiva opposta del centro-sinistra, doverosamente col trattino.

       A cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso -come corre dannatamente il tempo- nacque anche, sia pure nell’ambito regionale della Sicilia, il famoso “milazzismo”, dal nome del democristiano dissidente Silvio Milazzo fiduciato da missini e comunisti insieme.

       Vi debbo raccontare altro,  pescare ancora nella mia memoria  di cronista politico, per farvi capire quanto farlocco sia l’antifascismo di cui a sinistra hanno ancora bisogno per cercare di sopravvivere ai loro errori, alla loro inconcludenza, alle loro ambizioni sproporzionate?  Per oggi può bastare, credo.

Pubblicato su Libero

Blog su WordPress.com.

Su ↑