Dario Franceschini, la Sibilla cumana del Nazareno, con vista sul Quirinale

       Dario Franceschini, che da ministro del governo di Mario Draghi volle impudentemente intestarsi la Cultura non bastandogli più la tutela dei beni culturali e ambientali dei suoi predecessori, a cominciare da Giovanni Spadolini alla fine del 1974 nel governo Moro-La Malfa, non è più soltanto nel Pd l’uomo dell’azione d’oro. Che riesce cioè a rimanere sempre nella maggioranza determinandola, anche nel caso corrente della segretaria Elly Schlein scelta nelle primarie più dagli esterni, o estranei, che dagli interni, o iscritti. Da un retroscena appena offerto ai lettori del Corriere della Sera con virgolettati di una sua ultima, o penultima, conversazione con amici appesi alle sue labbra, egli esce pure come la Sibilla cumana del Nazareno. Dove sarebbero in troppi, e troppo avventatamente contrari a trattare la riforma elettorale -l’ennesima- con la Meloni decisa a farsela anche da sola,  se glielo permetteranno naturalmente nella maggioranza di centrodestra non proprio convinta e compatta.

       “La rigidità di quanti oggi non vogliono trattare con Giorgia Meloni sulla legge elettorale li  potrà domani a dovere trattare con Giorgia Meloni sul governo”, avrebbe detto Salvini  ai suoi facendo loro sospettare che un governo obbligato di larghe intese dopo un pareggio elettorale potrebbe essere guidato anche da uno di centrodestra,  per la prima volta dopo le esperienze politiche di Enrico Letta e di Matteo Renzi e tecniche di Lamberto Dini, Mario Monti e Mario Draghi.

       C’è tuttavia un aspetto, diciamo così, di un simile governo di larghe intese che Franceschini è riuscito a cogliere come positivo, contraddicendosi anche come Sibilla cumana. E’ la possibilità che larghe intese di governo facilitino, o addirittura comprendano, anche il passaggio della successione a Sergio Mattarella al Quirinale nel 2029. ”Secondo voi -avrebbe chiesto Franceschini ai suoi interlocutori nella versione del Corriere della Sera continuando a sorprenderli- cos’è più importante? Palazzo Chigi o il Quirinale?”. Dove peraltro potrebbe arrivare lui stesso, l’ex ministro della Cultura, a quasi 70 anni di età, lasciando al centrodestra la guida del governo di una rinnovata solidarietà nazionale, dopo quella sfortunata di una cinquantina d’anni fa risoltasi però  nella morte violenta di chi ne era stato il regista: Aldo Moro. 

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