Il delitto Moro fu di terrorismo, certo, ma anche di Stato

Mi chiedo cos’altro si debba ancora sapere e scoprire del sequestro di Aldo Moro, e del suo assassinio 48 anni fa, per smetterla di parlare solo di delitto di terrorismo, ma anche di delitto di Stato. E ciò per gli errori, le omissioni, forse anche qualcosa di peggio degli uffici preposti alla sua sicurezza: sua, di Moro, e dello stesso Stato. Uffici peraltro dei quali al governo, per esempio da ministro degli Esteri, lo stesso Moro fu un grandissimo estimatore, difendendone il capo, che era allora il generale Vito Miceli, quando ebbe problemi con la magistratura.

       Moro fu affidato, quando già il terrorismo si era fatto vedere e sentire, ad una scorta -pace all’anima loro, essendo rimasti tutti uccisi sul campo i componenti- di natura più familiare che armata, abituata a deporre i mitra nei bagagliai e a seguire sempre lo stesso percorso. Che contemplava, per risparmiare qualche centinaio di metri e una manciata di minuti una scorciatoia, quella di via Fani a Roma, evitando Largo Igea, che si rivelò nell’agguato preparato in settimane e mesi di appostamenti,  una trappola infernale. Ne derivò quella che una terrorista partecipe dell’attacco definì “una mattanza”. “Roba da corte marziale”, mi disse, angosciato più del solito, una volta Francesco Cossiga parlandomi del sopralluogo effettuato da ministro dell’Interno all’incrocio tra via Fani e via Stresa il 16 marzo 1978. E riportandosi le mani fra i capelli bianchi, con gli occhi umidi di pianto. Anche lui “personalmente” -mi disse quasi condividendo le responsabilità della scorta- aveva sottovalutato le doglianze e preoccupazioni espresse dal capo di quella scorta, il maresciallo dei Carabinieri Leonardi, sulla inadeguatezza dei mezzi a disposizione e sulle “cose sempre più strane” che osservava accompagnando a casa Moro o andandolo a prelevare la mattina.

       A sequestro avvenuto, peraltro in una strada dove era posteggiata l’auto di un  agente dei sevizi segreti curiosamente da quelle parti quella mattina, parteciparono alla decrittazione dei messaggi del rapito e dei comunicati delle brigate rosse “consulenti comuni”, come li definì un magistrato toscano parlandone ad una delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul terrorismo e sull’affare Moro. Per avere cercato di dare un nome a uno di quelli -che naturalmente non starò qui a ripetere, non foss’altro per non compromettere il mio amico direttore- mi procurai al Giornale che era stato di Indro Montanelli una denuncia di diffamazione ad alta, altissima e sospetta velocità, dalla quale i legali mi consigliarono di uscire patteggiando, piuttosto che rimanere appeso a chissà quanti anni di incerto avvenire giudiziario, diciamo così.

       Quando il mio amico Giovanni Leone, che si sentiva in colpa di essere al Quirinale perché arrivatovi nel 1971 al posto proprio di Moro, dopo una lunga e inutile scalata di Amintore Fanfani, l’altro “cavallo di razza” della Dc; quando il mio amico Giovanni Leone, dicevo, decise di graziare la terrorista Paola Besuschio, compresa in un elenco di tredici “prigionieri” da scambiare con l’ostaggio, gli furono poste tante di quelle difficoltà, e imposti tanti ritardi, che le brigate rosse trovarono il modo di superare i contrasti interni e di prevenire l’atto di clemenza ammazzando Moro. Ciò avvenne proprio la mattina in cui la direzione democristiana era stata convocata per dare via libera all’iniziativa del capo dello Stato con un intervento del presidente del Senato Fanfani.

       Ritardi ci furono pure nella preparazione di un assalto, alla fine mancato, alla prigione dove si riteneva che Moro fosse rinchiuso per il timore, condiviso dalla famiglia, della eliminazione del presidente democristiano da parte dei “custodi”.

       Fra quei custodi, cioè carnefici, ci fu uno, Prospero Gallinari, che proprio in questi giorni abbiamo scoperto dalle cronache giudiziarie essere stato lasciato fuggire dal carcere nel 1977, cioè l’anno prima del sequestro di Moro, dai servizi segreti convinti della capacità di arrivare, seguendolo, ai capi e alle sedi delle brigate rosse. All’uomo fu persino procurata l’ospitalità nell’abitazione romana dell’ufficiale dell’Aeronautica militare Fabio Milioni limitrofo, diciamo così, ai servizi, custodendone parecchi di livello anche internazionale nel suo lavoro. Egli ha appena raccontato di avere curiosato nel sacco di plastica dell’ospite depositato in cantina trovandovi un arsenale militare. Lo stesso sacco col quale Gallinari volle essere lasciato una mattina in Piazza Cavour accomiatandosi, non ho ben capito se prima o dopo avere partecipato all’esecuzione di Moro, morto dolorosamente di dissanguamento nel bagagliaio dell’auto in cui a turno lo stesso Gallinari e compagni gli avevano sparato attorno al cuore concludendo l’orribile reclusione durata 55 giorni. Durante i quali il presidente della Dc aveva avuta netta la sensazione, comunicata nelle lettere di protesta che i terroristi gli lasciavano scrivere e far giungere ai destinatari, di essere stato abbandonato dallo Stato che aveva onorevolmente servito prima insegnando e poi governando.

       Il suo fu, ripeto con la rabbia di un amico perduto e di un cittadino qualsiasi, un delitto di terrorismo e, appunto, di Stato.

Pubblicato sul Dubbio

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