Salvini e Di Maio, o viceversa: dal corteggiamento alle querele….

            Quei due Luigi Di Maio e Matteo Salvini- non ce l’hanno mai raccontata giusta, diciamo la verità. Neppure quando davano rapidamente le carte, all’apertura della diciottesima legislatura, per distribuire presidenze, vice presidenze e quant’altro nelle nuove Camere. O quando promettevano, tendendosi però sempre ad una certa distanza fisica, mai incontrandosi davanti ad uno straccio di fotografo, che insieme avrebbero fatto “grandi cose”.

            Non deve stupire più di tanto, perciò, se dopo due mesi di manfrine, di mosse e contromosse, di finte e simili, i due siano ai materassi: l’uno accusando l’altro di averlo praticamente imbrogliato e portando la fine la mano sulla pistola del solito annuncio di una querela. Come ha appena fatto Salvini, accusato da Di Maio di essere al soldo di Silvio Berlusconi a tal punto da non potersi permettere un’altra campagna elettorale, per quanto la reclami o la minacci pure lui come sbocco di una crisi ormai ben al di sotto dello stallo denunciato dal presidente della Repubblica.

            Solo lo spettacolo del Pd, paralizzato dai soliti contrasti interni, e dalla capacità delle sue correnti di moltiplicarsi quanto meno voti prendano, tiene un po’ testa a quello dello scontro esploso fra grillini e leghisti. Che un po’ tutti scambiammo forse troppo frettolosamente il 4 marzo scorso per i vincitori delle elezioni: gli uni per avere preso da soli il 32 per cento dei voti e gli altri per avere sorpassato nella coalizione di centrodestra il partito del Cavaliere guadagnandosi la leadership dell’alleanza, ulteriormente rafforzata nelle elezioni regionali friulane di fine aprile.

            Ho una certa esperienza di amori politicamente e culturalmente vacui, durati lo spazio solo di qualche mese, per averli già raccontati e persino vissuti per i rapporti personali che avevo con i protagonisti.

            Aldo Moro e Paolo Taviani, per esempio, sembravano diventati nel 1967 nella Dc la coppia dei nuovi equilibri politici: l’uno difendendosi a Palazzo Chigi dall’assedio dei “dorotei” di Mariano Rumor e l’altro, potente ministro dell’Interno, fondando una correntina di “pontieri” da fare intervenire a tempo debito a favore del presidente del Consiglio. Che invece al momento giusto se li trovò contro, da essi scacciato all’opposizione interna. Moro li tacciò al congresso di “operoso silenzio” contro di lui. Dieci anni dopo i due ancora polemizzavano tra di loro: l’uno, ormai prigioniero delle brigate rosse, che reclamava la testimonianza di Taviani, scrivendo a Cossiga, sulla strada di un negoziato per liberare ostaggi in occasione di sequestri, e l’altro che lo smentiva.

            Nel 1983 lasciai Il Giornale di Indro Montanelli anche a causa di una simpatia politica, ed anche umana, improvvisamente esplosa tra lo stesso Montanelli e l’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che era riuscito a rendere il mio allora direttore ancora più diffidente di quanto già non fosse per ragioni di carattere verso Bettino Craxi.

            Dopo che me ne andai dal Giornale in buona compagnia, quella di Enzo Bettiza, mi consolai vedendo arrivare Craxi a Palazzo Chigi grazie all’intesa con un De Mita dimagrito di voti nelle urne, e poi vedendo De Mita querelare Montanelli per essersi sentito dare da lui del camorrista.

            Gli amori quindi in politica sono sempre stati quelli che sono, cioè precari. Salvini e Di Maio, e viceversa, lo confermano, se mai è stato davvero amore quello un po’ clandestino, senza mai un incontro diretto fra di loro, raccontato per due mesi dalle cronache e retroscena dei giornali.

            Ci vorrà ben altro, a questo punto, per togliere la crisi di governo dallo stallo e per ricaricare non so se più la fantasia o la pazienza del presidente della Repubblica. Che, scampato per ragioni tecniche al rischio di elezioni anticipate già a fine giugno, penserà  al Parlamento nei prossimi mesi  con fondata preoccupazione recitando al futuro le famose rime di Giuseppe Ungaretti: “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie”. Si starà come d’autunno…..

Gli inutili tentativi di Matteo Renzi di sfuggire al fantasma di Bettino Craxi

Ahi, anche Marco Travaglio comincia a perdere colpi e fantasia. Quel “bollito alla fiorentina” che il direttore del Fatto Quotidiano ha servito ai lettori dopo avere cucinato a modo suo Matteo Renzi, contrario a un governo salvifico fra il movimento delle 5 stelle e il Pd, è troppo seduto e scontato. Volete mettere la vivacità e il sapore della “trippa alla Bettino”, inventata e servita alle mense delle gloriose feste dell’Unita’ ? Dove Craxi se lo volevano mangiare vivo per avere aiutato la Dc, dopo la stagione della “solidarietà nazionale”, a fare a meno dei comunisti ed essersi messo in testa, non contento di questo, di inseguirli elettoralmente.

Non c’è proprio niente da fare. Renzi anche nel livore di cucina è inseguito dal fantasma del leader socialista, per quanto si sforzi di esorcizzarlo e non gradisca paragoni con Craxi, pur a costo di villanie alla memoria.

Anche il ritorno al cosiddetto governo delle regole, prospettato dall’ex segretario del Pd in alternativa a quello asfittico con i grillini perseguito da altri nel suo partito, riporta Renzi sulla strada della riforma costituzionale naufragata nel referendum del 4 dicembre 2006. Che a sua volta era stata un po’ la rivisitazione della “grande riforma” proposta inutilmente da Craxi nel 1979, seminando uguale paura fra democristiani e comunisti.

Quanti anni sono passati dal 1979? Non oso neppure contarli. Non ho l’età e il fiato di Luigi Di Maio, che dal 4 marzo sta ricontando uno per uno, come coriandoli, i quasi undici milioni di voti raccolti dal suo partito e non riesce a capire perché mai egli non sia già a Palazzo Chigi. Nè si rassegna all’idea che non sia più destinato ad arrivarci, essendosi l’obiettivo allontanato, e non avvicinato.

Neppure Renzi tuttavia vuole rassegnarsi all’idea di riconoscere finalmente che lui non si è in fondo inventato nulla che non fosse già stato scoperto e tentato dall’unico che lo ha preceduto a sinistra sulla strada dell’ammodernamento istituzionale. Gli converrebbe pertanto non più fuggire dal fantasma di Craxi ma adottarlo realisticamente, e riprendere il progetto di una sinistra moderna dove l’altro fu costretto a interromperlo.

Ciò significa che Renzi dovrebbe ridisegnare confini e contenuti della sinistra ancora più decisamente e coraggiosamente di quanto non abbia già fatto o tentato, senza farsi altre, soverchie illusioni. Tanto, i suoi vecchi e nuovi avversari non gli faranno sconti, nè a tavola nè altrove.

Fuori da ogni allusione o metafora, e anche a costo di procurarmi una lavatina di testa dal mio amico Emanuele Macaluso, se c’è qualcuno che ancora lo sfida più o meno sarcasticamente a ritirare le dimissioni da segretario e a riprendersi davvero il partito, credo che Renzi debba starci. Debba cioè assumersi di nuovo e in pieno le sue responsabilità, che non sono mai state dopo le elezioni quelle di un semplice senatore di Firenze, o Scandicci. E chiamare gli altri ad assumersi le loro, per esempio proponendo un’intesa a tutti i costi con i grillini  senza coprirsi dietro una presunta attesa del capo dello Stato. Di una cui “tela” in questa direzione ha sorprendentemente scritto su Repubblica il pur solitamente cauto Stefano Folli lamentando il danno procuratole da Renzi. Beh, a me questa storia non risulta.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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