Gli inutili tentativi di Matteo Renzi di sfuggire al fantasma di Bettino Craxi

Ahi, anche Marco Travaglio comincia a perdere colpi e fantasia. Quel “bollito alla fiorentina” che il direttore del Fatto Quotidiano ha servito ai lettori dopo avere cucinato a modo suo Matteo Renzi, contrario a un governo salvifico fra il movimento delle 5 stelle e il Pd, è troppo seduto e scontato. Volete mettere la vivacità e il sapore della “trippa alla Bettino”, inventata e servita alle mense delle gloriose feste dell’Unita’ ? Dove Craxi se lo volevano mangiare vivo per avere aiutato la Dc, dopo la stagione della “solidarietà nazionale”, a fare a meno dei comunisti ed essersi messo in testa, non contento di questo, di inseguirli elettoralmente.

Non c’è proprio niente da fare. Renzi anche nel livore di cucina è inseguito dal fantasma del leader socialista, per quanto si sforzi di esorcizzarlo e non gradisca paragoni con Craxi, pur a costo di villanie alla memoria.

Anche il ritorno al cosiddetto governo delle regole, prospettato dall’ex segretario del Pd in alternativa a quello asfittico con i grillini perseguito da altri nel suo partito, riporta Renzi sulla strada della riforma costituzionale naufragata nel referendum del 4 dicembre 2006. Che a sua volta era stata un po’ la rivisitazione della “grande riforma” proposta inutilmente da Craxi nel 1979, seminando uguale paura fra democristiani e comunisti.

Quanti anni sono passati dal 1979? Non oso neppure contarli. Non ho l’età e il fiato di Luigi Di Maio, che dal 4 marzo sta ricontando uno per uno, come coriandoli, i quasi undici milioni di voti raccolti dal suo partito e non riesce a capire perché mai egli non sia già a Palazzo Chigi. Nè si rassegna all’idea che non sia più destinato ad arrivarci, essendosi l’obiettivo allontanato, e non avvicinato.

Neppure Renzi tuttavia vuole rassegnarsi all’idea di riconoscere finalmente che lui non si è in fondo inventato nulla che non fosse già stato scoperto e tentato dall’unico che lo ha preceduto a sinistra sulla strada dell’ammodernamento istituzionale. Gli converrebbe pertanto non più fuggire dal fantasma di Craxi ma adottarlo realisticamente, e riprendere il progetto di una sinistra moderna dove l’altro fu costretto a interromperlo.

Ciò significa che Renzi dovrebbe ridisegnare confini e contenuti della sinistra ancora più decisamente e coraggiosamente di quanto non abbia già fatto o tentato, senza farsi altre, soverchie illusioni. Tanto, i suoi vecchi e nuovi avversari non gli faranno sconti, nè a tavola nè altrove.

Fuori da ogni allusione o metafora, e anche a costo di procurarmi una lavatina di testa dal mio amico Emanuele Macaluso, se c’è qualcuno che ancora lo sfida più o meno sarcasticamente a ritirare le dimissioni da segretario e a riprendersi davvero il partito, credo che Renzi debba starci. Debba cioè assumersi di nuovo e in pieno le sue responsabilità, che non sono mai state dopo le elezioni quelle di un semplice senatore di Firenze, o Scandicci. E chiamare gli altri ad assumersi le loro, per esempio proponendo un’intesa a tutti i costi con i grillini  senza coprirsi dietro una presunta attesa del capo dello Stato. Di una cui “tela” in questa direzione ha sorprendentemente scritto su Repubblica il pur solitamente cauto Stefano Folli lamentando il danno procuratole da Renzi. Beh, a me questa storia non risulta.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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