Da Scelba a Conte: cinque gli avvocati alla presidenza del Consiglio dei Ministri

Per quanto possa sembrare strano, considerando la diffusione della professione forense fra i politici passati come deputati e senatori nelle aule parlamentari durante le 18 legislature repubblicane, quello che sta per insediarsi a Palazzo Chigi è solo il quinto degli avvocati succedutisi alla guida dei governi del secondo dopoguerra. Ma è il primo ad essersi orgogliosamente dichiarato “avvocato difensore del popolo italiano”, immaginando un processo nel quale tanto polemicamente quanto rapidamente l’ex segretario del Pd Matteo Renzi dai banchi dell’opposizione si è proposto come “parte civile”, assumendo non so quale avvocato.

A tanto non erano arrivati a sentirsi e a proclamarsi, nell’ordine in cui sono saliti al vertice governativo, gli avvocati Mario Scelba, Adone Zoli, Fernando Tambroni Armaroli e Giovanni Leone, quest’ultimo anche professore universitario di diritto processuale penale. Conte invece è professore di diritto privato.

Neppure Leone era arrivato a tanto, sarei tentato di precisare scrivendone come avvocato e paragonandolo agli altri, perché il suo studio legale, fra quelli dei colleghi saliti al vertice dei governo,  è stato sicuramente il più frequentato e attrezzato in assoluto. E lui usava vantarsene, anche se alla fine proprio alla sua attività forense si aggrappò, fra l’altro, la denigratrice Camilla Cederna: denigratrice perché condannata per un libro scritto contro di lui quando era presidente della Repubblica.

Di quel libro –“La carriera di un presidente”- in cui si parlava  di  un commercio di grazie concesse da Leone a vantaggio di clienti di suoi ex colleghi avvocati o familiari, furono vendute oltre 600 mila copie, prima che fosse ordinato, dopo la condanna definitiva dell’autrice, il macero di quelle ancora in vendita. Che sembra fossero ancora tante.

Una ventina d’anni dopo, parlandone insieme nella sua  bella casa, alle Rughe, Leone   mi disse che di tutte “le nefandezze” scritte e dette su di lui lo avevano maggiormente ferito proprio quelle sulle grazie. D’altronde, fu proprio una grazia, neppure concessa peraltro, perché non ne ebbe il tempo di concederla davvero alla detenuta Paola Besuschio, che gli costò il Quirinale, come vedremo.

Il libro della Cederna ebbe un peso importante nelle dimissioni imposte a Leone dai vertici della sua Dc e del Pci con la condivisione del partito più garantista del panorama politico italiano: quello di Marco Pannella. Che purtroppo se ne lasciò condizionare pure lui, salvo scusarsi pubblicamente, oltre che con l’interessato,  e al pari degli altri, dopo molto, moltissimo, troppo tempo.

La figura del presidente Leone era stata sporcata tanto dalla campagna aperta o alimentata dalla Cederna da prestarsi in qualche modo al sacrificio invocato  per ragioni politiche da Enrico Berlinguer. Il quale dopo  un referendum che, a suo avviso, salvando per poco la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, aveva rivelato una preoccupante insofferenza popolare verso le istituzioni, reclamò un segno tangibile di cambiamento.

Eppure dalle urne referendarie, il 12 giugno 1978, quella legge era uscita confermata col 56,4 per cento dei no all’abrogazione e il 43,5 per cento dei si, e con una partecipazione al voto di oltre l’80 per cento degli elettori: un risultato, quindi, abbastanza consolante per i partiti, anche se letto con gli occhiali di oggi, abituati come ci siamo a dati di affluenza abbastanza modesti ad ogni tipo di consultazione elettorale.

Tuttavia, al di là delle spiegazioni ufficiali, al di là dei sospetti allungati sulla famiglia Leone anche per lo scandalo delle tangenti sugli aerei  militari della Lookeed, venduti all’Italia con la mediazione di un professore universitario -Antonio Lefebvre d’Ovidio- suo amico e conterraneo, l’allora presidente della Repubblica pagò nella tragica primavera del 1978 la colpa, il coraggio, il buon senso, l’imprudenza, secondo le varie opinioni, di essersi messo di traverso alla linea delle fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza dell’epoca- un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti e una maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, comprensiva del Pci- di fronte al tragico sequestro di Aldo Moro. Che era avvenuto il 16 marzo di quell’anno tra il sangue della scorta del presidente della Dc, decimata in via Fani, a Roma.

Leone, di concerto col giurista e amico Giuliano Vassalli, e incoraggiato nel suo partito solo dall’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, dopo avere esaminato la lista dei tredici detenuti –“prigionieri”, secondo i brigatisti rossi- con i quali i terroristi avevano chiesto di scambiare il presidente dello scudo crociato, scelse la Besuschio per un unico provvedimento di clemenza. Ma gli aguzzini, informati tempestivamente per chissà quali canali, piuttosto che spaccarsi valutando la congruità o meno di una sola grazia per rilasciare vivo Moro, ne accelerarono l’uccisione.

Leone rimase, quel drammatico 9 maggio di 40 anni fa, con la penna in mano. E dopo poco più di un mese, il 15 giugno,  fu costretto -guarda caso- a dimettersi, in un clima di discredito e di isolamento che gli avrebbe a lungo impedito di parlare proprio della tragedia di Moro, degli ostacoli incontrati sulla strada di una iniziativa a suo favore e di altro ancora. Qualsiasi cosa avesse voluto dire Leone per dissentire o recriminare, o reclamare la verità sugli aspetti oscuri e inquietanti del sequestro Moro e del suo epilogo, sarebbe stata sommersa dal ricordo delle dimissioni impostegli per motivi ritenuti generalmente, in quel periodo, più morali che politici.

Per tornare a Leone avvocato e presidente del Consiglio, le sue esperienze al vertice del governo furono due, nel 1963 e nel 1968: entrambe stagionali, diciamo così, per consentire prima l’avvio e poi la ripresa dell’alleanza fra democristiani e socialisti, rispettivamente con Moro e Mariano Rumor a Palazzo Chigi.

I suoi furono chiamati governi “balneari”. Ma Leone ne fu ugualmente fiero per le occasioni fornitegli di servire il Paese, come soleva dire. Nel 1963, peraltro, toccò proprio a lui l’onore e il piacere di accogliere in un clima di reciproca simpatia, e di festa popolare, il giovane presidente americano John Fitgerald Kennedy in Italia, e nella “sua” Napoli in particolare. Kennedy peraltro sarebbe stato assassinato a Dallas solo qualche mese dopo.

Triste invece fu quell’anno il compito di Leone di accorrere come presidente del Consiglio nelle terre venete devastate dalla sciagura del Vajont. In cui persero la vita, travolte dall’acqua di una diga esondata per una frana, millenovecentodieci persone. Sarebbe poi toccato curiosamente, e forse infelicemente, al suo studio legale difendere la società elettrica proprietaria della diga.

Prima di Leone, e ora di Giuseppe Conte, erano saliti al vertice del governo, in ordine rigorosamente cronologico,  come ho già ricordato, gli avvocati Mario Scelba, Adone Zoli e Fernando Tambroni, tutti democristiani come lui.

Scelba, siciliano di Caltagirone, come lo storico fondatore del Partito Popolare don Luigi Sturzo, era stato presidente del Consiglio dal febbraio 1954 all’estate del 1955, con una coalizione centrista invisa politicamente al collega di partito Giovanni Gronchi. Che, eletto presidente della Repubblica, e smanioso di favorire l’evoluzione dal centrismo al centro sinistra, trasformò in effettive le abituali dimissioni di cortesia del presidente del Consiglio in carica. Ma il cammino verso l’alleanza con i socialisti era destinato a rivelarsi più lungo e faticoso del previsto.

Fu proprio durante il settennato di Gronchi al Quirinale che la Dc dovette ricorrere, fra il 1957 e il 1958, ad un governo monocolore presieduto dall’avvocato romagnolo Adone Zoli e sostenuto anche dai missini. I cui voti il presidente del Consiglio definì nell’aula della Camera, voltando le spalle ai banchi della destra, “né richiesti né graditi”. Ma li prese lo stesso per portare a casa la fiducia. E si guadagno poi il plauso di quella parte politica per avere autorizzato il trasferimento della salma di Benito Mussolini dal luogo segreto in cui era sepolta alla tomba di famiglia a Predappio.

Nel 1960 sarebbe toccato ad un altro avvocato, il marchigiano Tambroni, formare un governo monocolore democristiano che, concepito per guadagnarsi l’astensione dei socialisti di Pietro Nenni, si ritrovò i voti determinanti del Movimento Sociale. Del cui congresso convocato a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, il governo si rese garante con un eccezionale dispiegamento della forza pubblica. Seguirono nella stessa Genova e altrove tumulti di piazza, con morti e feriti, che non fecero durare quel governo più di quattro mesi.

Ma Tambroni, un po’ da precursore dell’”avvocato del popolo”, come si è  dichiarato forse con un po’ di imprudenza Giuseppe Conte nella loggia delle Vetrate, al Quirinale, dopo avere ricevuto l’incarico di presidente del Consiglio dal capo dello Stato, incerto sino all’ultimo se affidarglielo davvero, si era nel frattempo guadagnato con la riduzione del prezzo della benzina, mai vista in precedenza né poi imitata da alcuno, una certa popolarità. Che la sinistra, esterna ma anche interna al suo partito, considerò troppo pericolosa nel contesto degli equilibri politici e parlamentari che si erano realizzati attorno a lui, sia pure in modo imprevisto perché -ripeto- Tambroni era salito al vertice del governo nella previsione di un’astensione dei socialisti, venuta meno all’ultimo momento. Da sinistra la sua esperienza aveva quindi virato improvvisamente a destra.

Anche per l’avvocato e presidente del Consiglio Giuseppe Conte, proveniente -a suo dire- da sinistra prima dell’incrocio col movimento delle 5 stelle, il contesto politico, chiamiamolo così, non so francamente se più populista o pasticciato, potrebbe rivelarsi galeotto. Se già non lo è.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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