La torbida partita contro Paolo Savona al Ministero dell’Economia

            E’ forse diventata un po’ troppo opaca la partita politica, mediatica, finanziaria e chissà cos’altro sull’economista Paolo Savona:  proposto concordemente da leghisti e grillini per il Ministero dell’Economia nel governo di Giuseppe Conte ma finito in una bolgia infernale di sospetti e di accuse.

            Non si sa bene se più su o contro di lui si è abbattuta anche una nota del Quirinale, voluta e forse anche dettata personalmente da un “fortemente irritato” presidente della Repubblica, come è stato descritto sul Corriere della Sera da Marzio Breda, professionalmente di casa al Colle da molto tempo e in grado quindi di coglierne notizie, umori, sospiri.

            In particolare, il capo dello Stato ha smentito suoi “veti” contro Savona, ed anche altri candidati o designati al governo, ma al tempo stesso ha lamentato di essere sottoposto, insieme al presidente del Consiglio appena incaricato, a “diktat” che comprometterebbero l’autonomia e le prerogative di entrambi.

            Che il destinatario di questa protesta fosse soprattutto il segretario leghista, maggiormente impegnatosi ed esposto a favore di Savona, lo ha confermato lo stesso Matteo Salvini precisando pubblicamente di non volere imporre niente a nessuno, ma anche rivendicando la convinzione di avere proposto per il Ministero dell’Economia la persona giusta.

            Breda.jpgIl quirinalista del Corriere della Sera è tornato nella sua “corrispondenza”, diciamo così, dal Colle ad attribuire dubbi e riserve sul professor Savona al presidente incaricato Conte, attribuendogli queste parole a proposito di una nomina dell’economista a ministro: “Giusto, presidente, è anche mio interesse non mettere in squadra delle mine vaganti. Non ho intenzione di portare l’Italia fuori dall’euro”. Come se Savona avesse fatto di questa uscita il suo obiettivo, e non un’ipotesi nel caso in cui la crisi dell’eurozona, chiamiamola così, dovesse rivelarsi insuperabile, o impraticabile la rinegoziazione, sollecitata da tante parti, delle regole e trattati comunitari. Anche dell’ex presidente italiano della Commissione europea di Bruxelles, Romano Prodi, si dovrebbe allora dire che quando critica le regole, da lui ben conosciute per il posto che ha occupato, vuole farci uscire dall’Unione e dalla moneta unica.

            Ma, pur tornando ad attribuire al presidente incaricato Conte dubbi e riserve su Savona, il quirinalista del Corriere si è in qualche modo tradito con quell’”anche”. Che presuppone un gioco di sponda o di condivisione col presidente della Repubblica. Al quale, d’altronde, lo stesso quirinalista in un altro passaggio della sua “corrispondenza” attribuisce direttamente la maturazione di riserve su Savona “analizzando la sua idea di sfidare l’Europa sulla moneta unica, il suo pregiudizio antitedesco, la logica quasi d’azzardo dei suoi progetti”.

            Messe le cose in questi termini, il capo dello Stato rischia, volente o nolente, di trovarsi sospettato di un processo alle intenzioni, di liquidare come reati di opinione le idee di Savona. Il quale, dal canto suo, smentisce di essere antieuropeo o antieuropeista, convinto di servire l’europeismo meglio di tanti altri che lo sostengono a parola ma  consentono o pretendono una gestione dell’Unione distorta, autolesionistica, capace di rendere l’Europa quella gabbia insopportabile che non doveva essere nella mente dei suoi fondatori, e che viene avvertita da fasce crescenti di elettorato non liquidabili con scrollatine di spalle o anatemi.

            E’ proprio difficile non condividere, a questo punto, le amare osservazioni del vecchio e saggio Emanuele Macaluso, amico ed ex compagno di partito di un europeista convinto e militante come il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Egli ha definito “francamente ridicola” la sollevazione contro il suo quasi coetaneo Savona, scambiato per le sue idee, dopo onorate carriere in strutture europeistiche come la Banca d’Italia, e un’esperienza di governo con l’ex governatore della stessa Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, come il nemico numero uno, attivo o passivo, delle Cancellerie europee e dell’Unione. Peraltro “il rapporto con l’Europa -ha ricordato giustamente Macaluso- non lo decide Savona, ma il governo e chi lo guida”. E’ vero, perbacco.

            Si ha la sensazione che in questa lunga crisi di governo, svoltasi con un percorso francamente anomalo, tra frenate e accelerazioni, iniziative annunciate e poi  dismesse, incarichi reclamati e negati, o viceversa, un percorso criticato anche da costituzionalisti per niente ostili al presidente della Repubblica in carica, il nervosismo abbia preso la mano un po’ a tutti. Anche all’informazione, che quando si lascia strumentalizzare dalla politica, e dalle sue inevitabili trame, fa gli stessi danni di quando si lascia strumentalizzare dai magistrati d’accusa, e relative trame o, più semplicemente, errori.

 

 

Ripreso da http://www.smartmag.it

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