Sergio Mattarella come Antonio Segni nella torrida estate del 1964

Non vorrei che Alessandro Di Battista, Dibba per gli amici, o il Che Guevara de’ Noantri, come lo sfottono gli antipatizzanti del movimento grillino, si montasse la testa. E con lui se la montasse anche il padre, ex elettore di destra, a sentirsi rimproverare di avere surriscaldato la crisi di governo, con pesanti attacchi al modo in cui l’ha gestita il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, come accadde nell’estate del 1964. Quando Pietro Nenni, allora vice presidente del Consiglio, scrisse nei suoi diari di avere sentito “rumori di sciabole”.

Presidente della Repubblica era in quei tempi Antonio Segni, il leader democristiano dei moderati mandato al Quirinale due anni prima per compensare la svolta del centrosinistra gestita dal segretario del partito Aldo Moro. Che nel 1963 riuscì a realizzare il primo governo a partecipazione socialista.

Nell’estate appunto del 1964 Moro fu costretto a dimettersi per la bocciatura parlamentare, a scrutinio segreto, di un pur modesto finanziamento pubblico alla scuola materna privata. Segni esitò a dargli l’incarico per chiudere la crisi con la conferma del centrosinistra. E, preoccupato che il ritorno ad un governo centrista potesse provocare tumulti di piazza, convocò al Quirinale, con tanto di comunicato ufficiale, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo. Che gli fornì ampie garanzie di controllo dell’ordine pubblico, di cui però non rimase per niente convinto Mario Scelba quando Segni lo sondò per fare un governo di centro. Lo stesso Scelba lo avrebbe poi raccontato nella sua biografia, spiegando che a non piacergli era stato proprio il nome di De Lorenzo.

In quei giorni si creò, a torto o a ragione, un clima di alta tensione. Lo stesso Moro, oltre a qualche esponente di sinistra, politica e sindacale, dormì per due notti fuori casa. Il ministro socialdemocratico degli Esteri Giuseppe Saragat scambiò le esitazioni di Segni di fronte al reincarico di Moro, parlandone con amici di partito e con lo tesso Moro, per una tentazione di forzare la Costituzione: un po’ come quello che i Di Battista padre e figlio, mettendo in imbarazzo i dirigenti del loro movimento, hanno più o meno dichiarato in questa crisi di fronte alle esitazioni di Mattarella di dare l’incarico al professore Giuseppe Conte, designato alla presidenza del Consiglio insieme da grillini e leghisti.

Gli attacchi dei Di Battista, per quanto il loro livello non sia certo neppure paragonabile a quello di Saragat nel 1964,  sono stati tali, e tanto minacciosi, che Mattarella ne è rimasto turbato. Anzi, “arrabbiato”, come ha riferito nella sua corrispondenza dal Quirinale l’informatissimo Marzio Breda sul Corriere della Sera.

E’ circolata addirittura voce che proprio quegli attacchi, per quanto contestati da Luigi Di Maio e poi dal presidente grillino della Camera Roberto Fico con pubblici apprezzamenti dell’operato di Mattarella, abbiano spinto il presidente della Repubblica ad anticipare di 24 ore la convocazione del professore Conte al Quirinale per il conferimento dell’incarico, troncando così anche le polemiche sul suo curriculum.

Bisogna stare attenti a surriscaldare troppo il clima politico durante una crisi di governo, se persino a un uomo dell’esperienza e della caratura di Saragat la situazione sfuggì letteralmente di mano, sino ad un epilogo drammatico. In quella torrida estate di 54 anni fa, ricomposto il centro sinistra col secondo governo Moro, il leader socialdemoratico ebbe un alterco con Segni al Quirinale, presente lo stesso Moro, rimproverandogli così duramente la gestione della crisi da provocargli un ictus. Dal quale il presidente non si sarebbe più ripreso, sino a doversi dimettere dopo qualche mese. E a succedergli, paradossalmente, fu lo stesso Saragat, dopo vari e falliti tentativi di un accordo su un candidato democristiano, come il presidente dimissionario. L’elezione di Saragat avvenne al ventunesimo scrutinio, tra Natale e Capodanno.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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