Diventa autorete l’attacco di Carlo De Benedetti al vecchio Scalfari

Ho perso il conto, come si dice in queste occasioni, delle volte in cui ho dissentito da Eugenio Scalfari, specie negli anni di Bettino Craxi. In particolare, quando il fondatore e direttore di Repubblica cominciò a difendere “la barba di Marx” dalle forbici estive del leader socialista, e poi scambiò la capacità contrattuale del segretario del Psi nei rapporti con la Dc per le rapine che nel Medio Evo il brigante Ghino di Tacco, pur perdonato poi dal Papa,  consumava sui viandanti e pellegrini che transitavano per la sua  Radicofani.

Eppure mi sono sentito ferito anch’io quando ho ascoltato e visto sul teleschermo l’aggressione –non so chiamarla diversamente- riservata a Scalfari dal suo ormai ex amico e sodale Carlo De Benedetti, ospite solitario l’altra sera del salotto di Lilli Gruber. Che non ha mai saputo tradurre il suo pur evidente imbarazzo in una interruzione degna di questo nome, in difesa di un assente che solo in quanto tale avrebbe meritato un po’ di protezione.

Cerco di procedere in ordine con gli appunti presi sbrigativamente durante l’ascolto. Non è stato giusto definire “una stupidaggine”, come ha fatto appunto De Benedetti, la pur paradossale preferenza espressa di recente da Scalfari per Silvio Berlusconi rispetto al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Che peraltro anche De Benedetti ha liquidato bruscamente, pur bastandogli e avanzandogli difendersene col voto al Pd di Matteo Renzi, come d’altronde anche Scalfari ha recentemente confermato di voler far fare in un editoriale su Repubblica. E questo credo sia stato un segno ancora più evidente del carattere –ripeto- paradossale e non stupido della sua sortita a favore di Berlusconi nel salotto televisivo, quella volta, di Giovanni Floris.

Ancora più sconveniente ho trovato la riduzione delle capacità intellettive praticamente attribuita da De Benedetti a Scalfari per via della sua età -94 anni da compiere il 6 aprile- e di una presunta impossibilità, quindi, di fronteggiare un contraddittorio.

Altrettanto sconveniente, a dir poco, ho trovato quell’accusa di “ingratitudine” rivolta a Scalfari da De Benedetti rinfacciandogli prima il salvataggio dal “fallimento di fatto” in cui il giornalista sarebbe incorso col suo socio d’allora Carlo Caracciolo agli inizi degli anni Ottanta, credo, e poi un “pacco pazzesco di soldi”. Che fu versato –ha detto testualmente De Benedetti- quando il fondatore di Repubblica volle farsi liquidare personalmente come socio, rimanendo solo direttore della testata.

Credo che l’ingegnere- come De Benedetti viene comunemente chiamato, allo stesso modo in cui il compianto Gianni Agnelli era noto come “l’avvocato”- sia uomo sin troppo abituato agli affari per non poterli né doverli scambiare per opere pie, o caritatevoli. Gli affari comportano una reciproca convenienza.  Che evidentemente non mancò a De Benedetti quando decise, non certo con una pistola puntata contro la testa, di liquidare profumatamente la quota proprietaria di Scalfari. Dal quale se si aspettava come gratitudine una difesa dagli attacchi piovutigli addosso in questo periodo per i 600 mila euro guadagnati tre anni fa investendo cinque milioni sulle banche popolari che il governo Renzi si apprestava a riformare, De Benedetti ha fatto semplicemente un errore.

Quella difesa, come ho già scritto qui qualche giorno fa, spettava a De Benedetti –ad opera di Scalfari e, più in generale, di Repubblica– per semplice garantismo, non per gratitudine: più in particolare, per i buoni argomenti dell’ingegnere, condivisi persino dalla Procura della Repubblica di Roma, investita della questione dalla Consob.

La Procura romana prima ha evitato di estendere le indagini dall’operatore di borsa incaricato dell’affare da De Benedetti allo stesso finanziere, e tanto meno a Renzi, che gli aveva confermato la riforma in arrivo.  Poi la stessa Procura ha chiesto –più di un anno e mezzo fa- l’archiviazione del fascicolo.

Ma il garantismo –si sa- non è mai stato tanto di casa dalle parti di Repubblica. E questo per responsabilità comuni a giornalisti e a editori. Anche sotto questo aspetto mi pare paradossalmente ingiusto anche il rimprovero fatto da De Benedetti alla nuova direzione o gestione di Repubblica di avere smarrito la sua “identità”.

A proposito di gestione, trovo infine impropria la distinzione che si fa un po’ dappertutto fra la vecchia e la nuova per via dell’”ex” che De Benedetti si è guadagnato assumendo solo la presidenza onoraria della società editrice, e lasciandone le redini effettive al figlio Marco. Che, diversamente dal padre, non mi risulta abbia mai avuto occasione di dolersi della linea e della direzione attuale di Repubblica. Per cui se c’è, o è sorta una questione, essa è di tipo esclusivamente familiare: cosa che forse non sarebbe stato male far presente a De Benedetti dalla conduttrice che lo ha ospitato raccogliendone passivamente gli sfoghi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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