L’incontenibile vocazione di D’Alema a dettare la linea ai compagni di strada

            Pietro Grasso, presidente a tempo pieno di Leu, acronimo del movimento Liberi e uguali, e presidente del Senato a tempo limitato, dovendo cessare dalla seconda carica dello Stato il 23 marzo, giorno d’’insediamento delle nuove Camere, ha nascosto a mala pena col suo sorriso di ordinanza il fastidio comprensibilmente procuratogli dal solito Massimo D’Alema. Che -a dispetto della qualifica di “laterale” assegnatasi per il carattere periferico del collegio elettorale pugliese dove tornerà a candidarsi al Parlamento- ha dato l’impressione di dettare la linea al nuovo partito della sempre prolifica sinistra italiana con l’intervista al giornalista del Corriere della Sera di cui più si fida per serietà e fedeltà di traduzione dei suoi affilati messaggi: Aldo Cazzullo.

            Il passaggio politicamente più incisivo di questa intervista, pur se altri, come vedremo, hanno fatto più rumore, sta nell’indicazione dell’”avversario” principale, se non unico, che deve avvertire una sinistra degna di questo nome. E’, anzi continua ad essere, “la destra” nella concezione più ampia considerata da D’Alema, comprensiva non solo dell’odiato Silvio Berlusconi e alleati ma anche del non meno odiato Matteo Renzi. Che avrebbe tanto modificato i connotati del Pd, inseguendo Berlusconi anziché contrastarlo davvero, da averlo reso indigesto a D’Alema e compagni.

            Perché il suo pensiero non fosse frainteso nella definizione dei confini, D’Alema ha marcato quelli di destra dicendo che l’avversario, o nemico, della sinistra non è il movimento grillino, pur essendo prevalentemente critico il suo giudizio sul personale e sul  programma delle 5 stelle.

            Messe le cose in questi termini, al netto degli scatti d’umore che può provocare il tortuoso andamento della campagna elettorale, nella quale il candidato grillino a Palazzo Chigi ne dice e ne fa di tutti i colori, la posizione di D’Alema non si discosta da quella di Pier Luigi Bersani. Che già cinque anni tentò l’aggancio con i grillini, ai cui capricci egli era disposto ad appendere un governo “di minoranza e di combattimento” messo in cantiere ma demolito dall’allora presidente della Repubblica, ed ex compagno di partito, Giorgio Napolitano.

            La partita ora si giocherebbe a ruoli invertiti, anche se D’Alema finge di ignorarlo, perché i rapporti di forza parlamentare fra i grillini e la sinistra nelle nuove Camere, senza il premio di maggioranza della legge elettorale precedente, sarebbero a vantaggio dei primi.

            Eppure, della nuova intervista  di D’Alema al Corriere della Sera  ha fatto più  notizia sulla maggior parte dei giornali, e nello stesso mondo politico, non la vecchia, vecchissima contrapposizione fra destra e sinistra, come se il mondo fosse rimasto fermo al secolo scorso, ma la surrettizia, furbesca, disinvolta disponibilità dell’ex presidente del Consiglio a derogare alla sua visione e alle sue preferenze per cause di forza maggiore di fronte alla prevedibile, e sotto sotto auspicata, ipotesi di un “governo del Presidente”, inteso come presidente della Repubblica. Che di fatto lo imporrebbe ai partiti affidandolo a un uomo di sua fiducia.

           Dovrebbe essere insomma il buon Sergio Mattarella a togliere D’Alema dall’imbarazzo di fronte ad un risultato elettorale neutro, che non consentirebbe a nessuno di fare la parte del gallo. In particolare, il capo dello Stato dovrebbe tornare a fare come cinque anni fa Napolitano dopo essere stato rieletto al Quirinale, supplicato anche da Bersani dopo il fiasco della candidatura di Romano Prodi: il ricorso alle cosiddette larghe intese fra i maggiori partiti della sinistra e della destra, senza inseguire un movimento che era arrivato in Parlamento col proposito dichiarato di aprirlo come una scatola di tonno.

          Allora i grillini tentarono persino la scalata al colle più alto di Roma con la candidatura improvvisata di Stefano Rodotà, preso in prestito con tanta disinvoltura dalla vecchia classe dirigente da essere brutalmente scaricato, e insultato, al primo dissenso  da lui manifestato, da buon giurista com’era, dalle proposte programmatiche e dai metodi del comico genovese, amici e seguaci.  

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