Tutti a ridere nel salotto della Gruber a sentire la registrazione televisiva dell’assalto di Giorgia Meloni all’aritmetica. Che in politica vale poco o niente. Trenta più quattro non fa trentaquattro, ha detto la premier commentando le ambizioni elettorali del generale Roberto Vannacci in Italia, avvolto dal vignettista Giannelli sul Corriere della Sera nella fiamma che fu del Movimento Sociale ed è diventata la sciarpa del suo Futuro nazionale. Le ambizioni del generale, ripeto, e le scommesse dei sondaggi che fanno sognare quanti pure dovrebbero essere i suoi avversari.
Trenta più quattro -ripeto- non fa trentaquattro. Ma neppure trenta meno quattro fa ventisei. O quarantotto, quanto viene attribuito pressappoco al centrodestra, meno cinque, a dir poco, attribuito a Vannacci fa quarantatre e consente al cosiddetto centrosinistra del campo largo, pur sprovvisto ancora di un programma e di una leadership, di sorpassare la Meloni e sconfiggerla nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Di che cosa si illude la premier ? hanno chiesto fra parole e smorfie gli ospiti e la stessa Gruber. Che pure non sono abbastanza giovani o così poco anziani da non conoscere l’avventura dell’unificazione socialista in Italia negli anni Sessanta, aiutata da Aldo Moro a Palazzo Chigi, fra le proteste e le paure dei suoi amici democristiani di partito, nella speranza di avere un interlocutore più solido nel centro-sinistra ancora col trattino e “delimitato” a destra e a sinistra. Ma l’unificazione fallì elettoralmente nel 1968 e l’anno dopo anche partiticamente, con socialisti e socialdemnocratici che tornarono a dirsele e a darsele di tutti i colori reclamando, gli uni contro gli altri, un rapporto “privilegiato” con la Dc ormai di Mariano Rumor, non più di Moro.
Meloni non ha quindi bestemmiato. Non si è inventata niente per sottrarsi alla paura del generale schieratosi più a destra di lei e del segretario della Lega Matteo Salvini, che lo aveva decorato vice. L’aritmetica in politica è davvero un’opinione. O un’illusione.
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