Gli ottant’anni della Repubblica incompiuta nell’ordinamento giudiziario

Non per guastare la festa degli 80 anni della Costituzione e dei 78 già compiuti in gennaio dalla sua Costituzione, considerata ancora da molti, a sinistra, come “la più bella del mondo”, ma vorrei sommessamente ricordare che quest’ultima è ancora allo stato transitorio. O incompiuto.

       Mi riferisco, in particolare, alla settima delle diciotto “disposizioni transitorie”, appunto, “e finali”. Essa dice testualmente: “Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente”. Che risalivano 78 anni fa e continuano a risalire al regio decreto, per favore con la minuscola imposta dal rispetto dello spirito repubblicano, 30 gennaio 1941, numero 12.

       Grazie a quel regio decreto, ma anche alla maggioranza referendaria che ha bocciato a marzo la riforma costituzionale della magistratura voluta dal centrodestra e condivisa da dissidenti anche autorevoli del Pd e altre forze all’opposizione, le toghe godono, pur nella distinzione dei ruoli di giudice e pubblico ministero, di una carriera unica. Rigorosamente, fascisticamente unica, direi, considerando il regime del 1941 disinvoltamente dimenticato dai vincitori del referendum di marzo.

       Viviamo insomma nel campo non marginalmente giudiziario, essendo ormai chiamata la nostra anche da costituzionalisti di un certo perso, la Repubblica delle Procure, e non solo del lavoro esaltato dal primo dei 139 articoli della Costituzione; viviamo, dicevo, in un paradosso alto e grande come un grattacielo. Il più grande di quelli di cemento, acciaio e vetro che svettano nel mondo.

       Non è un bel vivere, francamente, anche se molti sembrano trovarvisi bene ed esultare ogni volta che fallisce un tentativo per vivere meglio, a dir poco.

       E’ bello, certamente festeggiare la Repubblica e la sua Costituzione un po’ più giovane, o meno anziana. Magari partecipando alla raccolta dei messaggi promossa dal Quirinale. Ma anche ricordandone la perdurante transitorietà. O incompiutezza, ripeto. Viva l’Italia, verrebbe da cantare con Francesco De Gregori, pur rimasto senza ispirazione da qualche tempo a questa parte.

Pubblicato sul Dubbio

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