Per una volta d’accordo con Travaglio contro la congiura…elettorale

       Per una volta -non la prima purtroppo, a conferma del mondo davvero sottosopra, non solo nella immaginazione reazionaria del generale Roberto Vannacci e della sua “sporca dozzina”-  sono d’accordo con Marco Travaglio. E con la denuncia nel titolo di copertina, nerissimo di colore e di sarcasmo, del suo Fatto quotidiano: “Le grandi riforme: negarci le preferenze” D’accordo anche nel dettaglio dell’operazione in corso alla Camera per l’ennesima riforma elettorale praticamente a ridosso del voto, visto che qualcuno lo vorrebbe più o meno anticipato rispetto alla scadenza ordinaria della legislatura, nell’autunno dell’anno prossimo.

       Il dettaglio consiste, in particolare, in un emendamento dei “fratelli d’Italia” di Giorgia Meloni per il ripristino popolare delle preferenze da fare bocciare impopolarmente a scrutinio segreto dal Pd di Elly Schlein, dalla Lega di Matteo Salvini e dalla Forza Italia di Antonio Tajani, chissà se anche di Marima o Pier Silvio Berlusconi, o entrambi. Tutti accomunati dall’interesse di disporre di gruppi parlamentari obbedienti, di eletti nell’ordine della loro iscrizione nelle liste elaborate dai vertici di partito.

       Sarebbe, purtroppo con gravi indizi, una congiura contro un elettorato già ingannato nel lontano 1994, quando scomparve con una legge che purtroppo porta il nome latinizzato dell’attuale presidente della Repubblica, che ne era stato il relatore alla Camera, il voto unico di preferenza sopravvissuto al referendum promosso da Mario Segni contro le preferenze plurime. Le quali erano diventate, secondo la rappresentazione del mio amico Mariotto -Segni appunto- la via del malaffare alla politica. All’origine addirittura anche del dissesto finanziario per la politica della spesa e del debito facile perseguita da una classe politica immersa nella pratica dei favori. Si disse e si scrisse anche questo. Come anche della necessità -udite, udite- di una moralizzazione dei partiti, fatti di cordate di aspiranti alle preferenze. Ora abbiamo invece cordate, per giunta sotterranee, senza neppure il coraggio di assumersene la paternità pubblicamente, di partiti trasversali nel bipolarismo vantato a destra da Silvio Berlusconi e a sinistra da Romano Prodi, e relativi successori, pur essendo Prodi ancora in campo, almeno con la sua bicicletta, tra pianura e montagna, alla bella età di 87 anni da compiere in agosto.  

Il grande caos nel campo dell’alternativa al centrodestra

Se lo fa per scaramanzia, pensando ai vantaggi ricavati quattro anni fa da Giorgia Meloni con i buoni rapporti avuti con Mario Draghi a Palazzo Chigi, pur praticando l’opposizione, sino a guadagnarsene quasi un’investitura alla successione, la segretaria del Pd Elly Schlein fa bene a consultarsi con l’ex presidente del Consiglio, come gli viene attribuito da cronache, retroscena e quant’altro.  E magari anche a fare tesoro dei suoi consigli più e meglio di quanto usi con Romano Prodi. Che ogni tanto si lascia scappare parole e gesti di insoddisfazione o malumore nei suoi riguardi per tempi e metodi con i quali la pulzella del Nazareno prepara l’alternativa al centrodestra, più rinviando che adottando le decisioni spettanti a chi aspira addirittura a guidare la coalizione di cosiddetto centrosinistra. O semplicemente l’alternativa dei progressisti, visto il fastidio che procura la sinistra, solo a nominarla, a Giuseppe Conte, atro aspirante a Palazzo Chigi nella convinzione di avervi dato ottime prove quando gli toccò di passarvi, come un Benso di Cavour reincarnato nella fantasia  giornalistica di Marco Travaglio.

       Se non é invece per scaramanzia, o per scelta tattica, ma per convinzione maturata pur nell’inseguimento testardamente unitario di Conte, temo che alla Schlein la frequentazione di Mario Draghi, chiamiamola così, sia destinata a procurarle più guai che altro. Non l’accredita al centro, dove già si affollano personaggi certamente più vicini a Draghi di lei, a cominciare da Matteo Renzi ancora orgoglioso di avere mandato a Palazzo Chigi l’ex presidente della Banca Centrale Europea, e decisi a rappresentare loro al meglio il suo profilo. E l’allontana ancora di più dalla sinistra su cui Conte, nel suo percorso di ritorno a Palazzo Chigi, conta -scusate il bisticcio delle parole- pur non considerarsene parte.

       Lo scenario è, a di poco, confuso. Direi, caotico.

Pubblicato sul Dubbio

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