Nella mia personale, anzi personalissima, graduatoria delle notizie prevale su tutte, anche sulla flessibilità di 14 miliardi di euro riconosciuta dall’Unione europea all’Italia, sul “pazzo” dato dal presidente americano Trump al premier israeliano Nethanyau, sull’uscita di Pina Picierno dal Pd di Elly Schlein, la conferma del parere favorevole della magistratura milanese alla grazia concessa dal presidente della Repubblica Sergio Matytarella a Nicole Minetti. Eppure la Procura Generale ambrosiana era insolitamente disponibile a darsi torto quando il presidente della Repubblica, “spaventato” dal Fatto quotidiano che ancora ne è orgoglioso nell’editoriale odierno del direttore Marco Travaglio, chiese praticamente e pubblicamente un supplemento di indagini, pronto a revocare la clemenza concessa all’amica del compianto Silvio Berliusconi per il cambiamento apportato alla sua vita, dopo essere stata condannata per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Cambiamento tale da guadagnarsi appunto la grazia presidenziale per accudire un bambino ammalato in Uruguay.
Smontata nelle indagini suppletive della magistratura, della campagna assai rumorosa del giornale di Travaglio contro quella grazia rimane solo, ripeto, il vanto di avere “spaventato” il Capo dello Stato. Al quale adesso, visto il rispetto pregiudiziale, direi, del giornale di Travaglio verso la magistratura, soprattutto quella inquirente, dovrebbe ora seguire una richiesta di scuse. Cui naturalmente Travaglio non è disponibile, convinto che l’abbaglio l’abbiano preso non i suoi cronisti, informatori e quant’altri, ma -in ordine cronologico di azioni- la magistratura ambrosiana e recidiva, il ministro della Giustizia e infine il presidente della Repubblica: tutti piuttosto inclini al vino. Che è “ottimo”- dal titolo dell’editoriale di Travaglio- per certificazione dell’oste.
Le cause che seguiranno per i danni reclamati dalla Minetti e dal suo compagno, che hanno a questo punto buone probabilità di ottenerli, di temerario avranno solo il senso avvertito dal Fatto incontinente nella sua pretesa di dettare l’agenda all’informazione e, ancora più in generale, alla politica.