Tutti i travestimenti dell’inesauribile presidente degli Stati Uniti d’America

       Altro che il “finale” visto e annunciato in Italia, congiuntamente, dal Corriere della Sera e dalla Repubblica di carta nello scontro ripetutosi ieri fra Trump e Meloni.  Di finale inteso come l’ultima partita, conclusiva di un campionato, c’è poco. Propendo più per il “secondo round” prudentemente visto, una volta tanto, dal solitamente esasperato Fatto Quotidiano. I due continueranno a dirsele, e darsele, di santa ragione, ritenendo di averci tutto da guadagnare: Trump per soddisfare la sua cafonaggine istintiva e la Meloni per affrancarsi da un rapporto che le ha procurato, tutto sommato, più guai che altro. E non solo in termini di popolarità, o impopolarità, incautamente chiamata in causa dal presidente americano sentendosi invitato dalla premier italiana a pensare piuttosto alla sua, negli stessi Stati Uniti e altrove giungano la sua voce, le sue minacce, i suoi insulti, i suoi attacchi inconsulti d’ira che lui scambia forse per ironia, come in quei travestimenti da Papa, da Gesù Cristo, da Dio, da Spirito Santo.

       Il travestimento più riuscito o appropriato di Trump è forse quello immaginato da Emilio Giannelli nella vignetta di prima pagina sul Corriere della Sera: un bandito, più che uno sceriffo, che spara “fregnacce” davanti al saloon di turno. Fregnacce a stelle e strisce per disgrazia degli americani, anche se purtroppo se la sono cercata, direbbe la buonanima di Giulio Andreotti.

Il lungo e largo percorso di Bettini da Ingrao a Conte

       La penultima, come si deve dire quando si parla di chi non si risparmia alle interviste, Goffredo Bettini l’ha detta per telefono dalla sua Thailandia. Dove è “bloccato” -ha raccontato lui stesso a Carmelo Caruso, del Foglio– dai postumi di un’operazione alla retina che non gli permettono ancora un volo di 12 mila chilometri per il ritorno in Italia, ma non per questo gli impediscono di rispondere al telefono e di dirigere la nuova Rinascita usando la “tecnologia” che pure “odia”.  

       Le penultima- ripeto- di Bettini è anche il penultimo soccorso alla candidatura dell’amico -e pazienza se non anche compagno di partito- Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, se davvero dovesse realizzarsi il sogno dell’alternativa elettorale e politica al centrodestra di Giorgia Meloni. Al quale invece ha deciso di dare una mano, a modo suo naturalmente, con attacchi ripetuti e scomposto il presidente americano Donald Trump.

       “Il Movimento 5 Stelle -ha spiegato e motivato Bettini- ha avuto un grande merito, riconosciuto da pochi: ha tenuto la spinta antistituzionale e populista nel perimetro democratico”, anche a costo di dimezzare, poco più o poco meno, la sua consistenza elettorale. “Con Conte -ha continuato a raccontare e spiegare il suo estimatore- ha fatto un passo in avanti, diventando una forza di governo a pieno titolo. Ma Conte va molto oltre il suo partito, che non lo racchiude interamente. Per sensibilità, cultura, autorevolezza”. Che, tutte insieme, gli permetterebbero di aspirare ragionevolmente a prevalere sull’ambizione chigiana, diciamo così, per niente nascosta della più giovane Elly Schlein, segretaria del Pd di Bettin.

       D’altronde, quasi per prevenire o esorcizzare una delusione della sua segretaria di partito, lo stesso Bettini ha tenuto a precisare – richiamandosi a un riconoscimento avuto in passato da Piero Fassino, l’ultimo segretario della penultima versione del Pci- di essere stato “leale” verso tutti i suoi superiori di partito quanto “autonomo”. “Ho amato più o meno -ha detto- i segretari del mio partito, ma non sono stato mai un berlingueriano, un nattiano, un occhettiano e così via. Semmai ho avvertito Ingrao come un punto di riferimento permanente e insostituibile. Un comunista agli antipodi del settarismo e aperto a mondi diversi”. Compreso quello che, poveretto, Ingrao non fece in tempo a conoscere davvero come le  5 Stelle e, più in particolare, di Giuseppe Conte. Sopraggiunto, quest’ultimo, alla morte di Ingrao, nel 2015. Conte sarebbe arrivato a Palazzo Chigi tre anni dopo e si sarebbe affrancato da Beppe Grillo ancora più avanti. Mi tocca, diavolo di un Bettini, difendere anche la memoria di Ingrao.

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