Quel campo largo, larghissimo a parole ma alquanto ristretto nei fatti….

       Più che largo, mi sembra ristretto il campo che Elly Schlein e Giuseppe Conte, in fondo al tavolo, e Nicola Fratojanni e Angelo Bonelli, in primo piano, hanno offerto posando sorridenti e compiaciuti davanti al fotografo, seduti  a un tavolo usato solo per appoggiarvi i telefonini, o come altro vanno chiamati i loro attrezzi elettronici. Una foto propiziatrice, anticipatrice e quant’altro di un’accelerazione -si è detto e scritto- del confronto per definire il programma di un’alternativa al governo di centrodestra di Giorgia Meloni prossimo al primato di durata nella storia della Repubblica. Un programma che sino a qualche settimana fa sembrava destinato, soprattutto nei progetti di Conte, solo al lavoro autunnale. Della leadership, cioè del candidato alla guida del governo che dovrà realizzarlo, si deciderà solo dopo, anche se è la cosa sulla quale maggiore è l’attesa, e la tensione.

       Il campo è ristretto, più che largo, perché i quattro dell’Apocalisse in maniche di camicia o camicetta non hanno invitato al tavolo nessuno, proprio nessuno dei tanti che affollano le cronache politiche come aspiranti componenti moderate e più riformiste della coalizione antimeloniana. E delle quali i quattro attori principali hanno mostrato come più chiaramente non potevano il ruolo di comparse che sono in realtà disposti a concedere.

La morte del benemerito, scomodissimo cardinale Camillo Ruini

       Il cardinale Camillo Ruini, già presidente della Conferenza Episcopale Italiana, è morto a 95 anni fra il rimpianto di molti amici e devoti, fra i quali la premier in carica Giorgia Meloni, che lo ha definito “una delle menti più lucide” della Chiesa, ancora grata di essere stata da lui considerata pubblicamente “una grande risorsa per i cattolici”, e il sollievo forse di altri parrucconi e parrucchini della politica che hanno smesso di sentirgli rivelare episodi ed esprimere giudizi per loro imbarazzanti, a dir poco.

       Cardinale scomodissimo, nominato non a caso da un Papa altrettanto scomodo come il polacco Giovanni Paolo II, che lo avrà accolto in Paradiso precedendo una volta tanto San Pietro, credo che Ruini avesse ancora poco, ben poco, da rivelare degli anni della sua maggiore forza e influenza in Vaticano e dintorni. Ma la paura dei suoi critici e avversari di un tempo e ancora dell’ultima fase della sua lunghissima vita, era tantissima.

       Ruini fu il cardinale, fra l’altro, che mandò praticamente a quel paese il pur amico di famiglia e corregionale Romano Prodi che svolgeva o recitava in politica, a livelli altissimi di governo, la parte del “cattolico adulto”, capace di peccare con orgoglio trasgredendo alle indicazioni e scelte della Chiesa decisa a difendere principi e cause “indisponibili”. Fu il cardinale, che per niente sospettoso, si lasciava raccontare, divertito anche davanti a telecamere e macchine fotografìche, barzellette da Silvio Berlusconi arrivato in direttissima a Palazzo Chigi fra il disappunto neppure nascosto dell’allora presidente devotissimo della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Che in una cena galeotta, chiamiamola così, al Quirinale cercò di coinvolgerlo non dico in una congiura, come avvertita forse da Berlusconi quando ne fu informato dall’interessato, ma in un tentativo di accorciare al massino la durata del primo governo del Cavaliere di Arcore, troppo disinvolto, troppo improvvisato ma soprattutto troppo  votato per le abitudini e i gusti di Scalfaro. Che a Berlusconi preferiva il più ruspante, diciamo così, Umberto Bossi condividendone l’insofferenza, incoraggiandolo alla crisi e accogliendolo al Quirinale, ogni volta che gli dava udienza o lo convocava, come un “liberatore”. Parola dello stesso capo allora della Lega, che non riuscì a trattenere a lungo il segreto.

       La cena con Ruini, scambiato imprudentemente per un antiberlusconiano pure lui, si concluse come peggio non poteva immaginare Scalfaro: con la difesa cardinalizia del presidente del Consiglio, non stinato ma stimatissimo dal cardinale. Non per questo tuttavia Scalfaro si fermò nell’azione di contenimento o di contrasto di Berlusconi, sino alla sua caduta e alla coltivazione dell’Ulivo, con la maiuscola, affidato a Prodi per sconfiggerlo nelle elezioni anticipate del 1996, non anticipatissime del 1995 reclamate dal Cavaliere convinto di averle ottenute come promessa dal presidente della Repubblica nell’udienza di commiato, diciamo così.  

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