Destinato per un certo tempo da Matteo Salvini alla memoria della buonanima di Silvio Berlusconi, poi dirottata all’aeroporto internazionale di Malpensa, fra le proteste o i dubbi anche dei figli del compianto Cavaliere, per non lasciarla troppo a bagnomaria, il ponte sullo stretto di Messina si è appena guadagnata su Repubblica, in un titolo su quasi tutta la prima pagina, la dedica alla corruzione. Che è il reato contestato dalla Procura di Roma a un ex alto magistrato della Corte dei Conti, ad un avvocato leghista promosso a “uomo di Salvini” e a un imprenditore interessato alla costruzione, anche a costo di corrompere, appunto, chi vi si oppone abusando dei controlli, secondo dichiarazioni di Salvini risalenti a qualche mese fa, in occasione di altri accidenti.
Le indagini e l’eventuale processo dureranno naturalmente a lungo, come la gittata dell’opera di collegamento fra le coste calabresi e siciliane, ma l’obiettivo dello sputtanamento del ponte -direi, ulteriore sputtanamento, viste le polemiche accumulate dal progetto- è stato già raggiunto, con i tempi e i riti mediatici e immediati della giustizia televisiva e di carta stampata.
Ovunque si ha di solito voglia di costruire ponti, o ricostruirli dopo crolli in un mondo peraltro dove si gioca alla guerra più che a pallone, in un intreccio di tregue fragili come gli umori di chi le annuncia o le negozia. In Italia, no. Da noi i ponti provocano più paura che interesse e, magari, anche orgoglio. I progettisti italiani di ponte lavorano più all’estero che a casa, diciamo così.
Quel “Ponte della corruzione” sparato dalla Repubblica, per quanto di carta, è forse la tegola più rovinosamente caduta con l’annuncio delle indagini romane.