La crescente nostalgia del sistema proporzionale e delle preferenze

Non so, francamente, o non so abbastanza degli umori dei giovani arrivati alle urne nella cosiddetta seconda Repubblica, ma sono sicuro che fra gli anziani, o meno giovani, che votarono assiduamente durante la prima, con le preferenze e la distribuzione dei seggi in base al consenso guadagnato dalle varie liste, stia crescendo la nnostalgia del sistema proporzionale di fronte alla crisi sempre più evidente, e crescente, del bipolarismo. O almeno di quello di rito italiano, con tutti i partiti, proprio tutti, che cambiano le regole elettorali quasi ad ogni turno.

       L’argomento che si oppone alla nostalgia del proporzionale è quello della cosiddetta “governabilità”, usato anche dalla mia carissima amica Stefania Craxi appellandosi al padre Bettino. Che sì, è vero, fece della governabilità, appunto,  e della necessità di garantirla sempre, anche con scelte scomode, il suo metodo di lavoro politico, ma in un sistema proporzionale, e con le preferenze. Che secondo me -e glielo dissi e scrissi più volte- lui ebbe il torto di non difendere nel 1991 dall’attacco referendario di Mario Segni, Mariotto per gli amici, compreso me che gli rivolsi pubblicamente dalla direzione del Giorno un appello a ripensarci. Eppure Mariotto, dicevo, voleva non abolirle del tutto, le preferenze, come fecero poi i suoi epigoni, ma limitarle a una sola, che produsse nelle elezioni del 1992 un aumento spaventoso del costo delle campagne dei candidati.

       Si rimprovera al sistema proporzionale la colpa di fare andare i partiti alle elezioni con le carte troppo coperte, o le mani troppo libere, rinviando a dopo il voto la definizione, scelta e quant’altro delle alleanze e delle maggioranze parlamentari Ma a me, diavolo di un fortunato, capitò nella prima Repubblica di votare anche più partiti -il Pli, i radicali, la Dc e il Psi di Craxi- sapendo esattamente che cosa essi avrebbero fatto. E non perché avessi chissà quali capacità divinatorie, ma solo perché informato: semplicemente informato.

       Quando la Dc del mio amico Aldo Moro decise di lasciare il centrismo per avviare il centrosinistra, non lo fece di nascosto. Vi dedicò un congresso, dopo il quale, non prima, si andò a votare.

       Quando il Psi di Craxi decise di liberarsi del cappio alla gola messogli dal segretario precedente, Francesco De Martino, dicendo “mai più al governo (con la Dc) senza i comunisti”, non lo fece riunendo i suoi in una catacomba, o in un covo, ma in un albergo romano, il Midas. Ne è stato appena celebrato il mezzo secolo.

Nel giro di tre anni, framezzati dalla uccisione di Moro e dal ritiro del Pci di Enrico Berlinguer dalla maggioranza di solidarietà nazionale di due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti, il nuovo leader socialista riportò il suo partito al governo con la Dc. E lo fece strappando ai democristiani la presidenza del Consiglio, mai passata per l’anticamera della testa a  De Martino. E strappò ai liberali la partecipazione a quel centrosinistra allargato che fu chiamato pentapartito, nella cornice del liberalsocialismo rinverdito da Ugo Intini ed Enzo Bettiza.

       Non ci fu alcuna operazione sottobanco. Il lungo passaggio di Craxi, tagliando la barba a Marx  in un saggio a quattro mani con Luciano Pellicani fra le proteste di Eugenio Scalfari, quasi fresco fondatore della sua Repubblica di carta, avvenne alla luce del sole, fra convegni e congressi, nel più celebre dei quali Claudio Martelli coniò la felice formula dei “meriti e bisogni” da comporre governando l’Italia cantata da Francesco De Gregori.

       Alla luce del sole, con l’effetto di perdere voti e di accelerare, anziché ritardare l’arrivo di Craxi a Palazzo Chigi, la Dc guidata a sinistra da Ciriaco De Mita cercò di contrastare il nuovo corso.

       Il sistema elettorale proporzionale, fra Ministeri pur di breve durata ma anche lunga, come quelli di De Gasperi, Moro e Craxi, garantì quindi, eccome, la governabilità del Paese. E i voti di preferenza non furono affatto quegli incentivi alla corruzione e persino al disavanzo, come si scrisse anche in alcune ricerche sociologiche, ma semplicemente un metodo trasparente di selezione della classe dirigente.

       Il socialista ottantenne Valdo Spini ha ricordato, anzi testimoniato qualche giorno fa l’esperienza vissuta nelle elezioni anticipate del 1987, provocate dalla Dc di De Mita con Amintore Fanfani a Palazzo Chigi pur di non farle svolgere alla scadenza ordinaria, l’anno dopo, col governo di Bettino Craxi. Messo quasi in fondo alla lista dei candidati del Psi in Toscana per le solite logiche interne di correnti e simili, Valdo risultò fra i più votati.

       I voti di preferenza, gestiti nel Pci di Palmiro Togliatti e successori con la solita disciplina dei militanti che passavano prima nella sezione di appartenenza per ricevere le istruzioni, funzionarono nella Dc per comporre i giochi interni di corrente con gli orientamenti dell’elettorato. Giochi interni che permisero l’accantonamento persino di De Gasperi e dopo molti anni persino la lunga segreteria del già ricordato De Mita, ma senza mai compromettere davvero la natura moderata e centrale della Dc, votata e fatta votare più volte da un laico impenitente come Indro Montanelli. Che sul suo Giornale suggeriva le preferenze ai lettori.

Pubblicato sul Dubbio

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