Dio li fa e poi li accoppia, dice un vecchio proverbio adattato a un film allegro del 1982. Luigi Zampolli, l’ambasciatore privato del presidente americano Donald Trump sorpreso a fine marzo in un ristorante romano con Giuseppe Conte, ha confermato, condiviso accreditato, parlandone con la Repubblica di carta, l’analisi fatta dall’ex premier della fine del rapporto privilegiato fra lo stesso Trump e la premier italiana Giorgia Meloni.
Chissà che cosa gli avrà promesso, genuflessa con le ginocchiere denunciate nell’aula di Montecitorio da un deputato pentastellato, per deludere così tanto il presidente americano, ha detto Conte -Giuseppi secondo Trump- per giustificarne gli insulti.
Eppure -gli ha fatto eco Zampolli- da Trump tornato alla Casa Bianca la Meloni, perdonata delle carinerie ottenute dal predecessore Joe Biden, ebbe una “investitura” rivelatasi troppo generosa, fra dissensi sui dazi e sugli attacchi al Papa e rifiuto della base di Sigonella ai bombardieri americani nella guerra all’Iran.
Ma di che investitura parla Zampolli e condivide Conte? L’unica di cui ha disposto e dispone ancora la Meloni è quella elettorale del 2022, quasi quattro anni fa. Da cui derivarono la nomina a presidente del Consiglio da parte del Capo dello Stato Sergio Mattarella, affrettatosi a solidarizzare con lei negli scontri in corso con Trump, e non ricordo più quanti voti di fiducia tra Camera e Senato.