Armando Spataro, che di terrorismo s’intende per essersene a lungo occupato nella sua carriera di magistrato, non ha condiviso modalità o tempi, o entrambi, del pericolo di terrorismo, appunto, avvertito dai servizi segreti e condiviso dal governo. Che anche per questo, e a costo di entrare in conflitto politico prima con la Spagna di Pedro Sanchez e poi con la Germania di Frederich Merz, ha disposto un rafforzamento dei controlli alle frontiere. Su cui partiti e schieramenti in Italia hanno subito sollevato il solito vespaio di accuse, proteste, sospetti. Non vi è mossa o parola della premier Giorgia Meloni che riesca a scampare a reazioni scomposte che sono le sole capaci di mettere d’accordo, salvo poche eccezioni, il cosiddetto campo largo dell’alternativa, affollato più di ambizioni che di idee o proposte realistiche attorno alle quali costruire un programma. Non si sa poi a cosa destinato se le primarie potranno poi praticamente stracciarlo con la libertà che si è riservato di prendersi, per esempio in tema di politica estera, difesa e sicurezza, Giuseppe Conte nel caso in cui gli dovesse capitare di vincerle battendo la segretaria del Pd Elly Schlein e altri candidati che si stanno lasciando proporre: da Silvia Salis a Matteo Renzi.
Secondo Spataro, per tornare all’ex procuratore capo della Repubblica a Torino e aggiunto a Milano, i servizi segreti, pur vigilati da una commissione bicamerale, e il governo non possono, né debbono gestire la lotta al terrorismo senza coinvolgere la magistratura. Che purtroppo -mi permetto di osservare- non è nelle stesse condizioni nelle quali operò eroicamente contro il terrorismo una cinquantina d’anni fa, quelli cosiddetti di piombo. Da allora, a causa delle abitudini prese negli anni non di piombo ma delle “mani pulite”, gestite ghigliottinando la cosiddetta prima Repubblica scambiata per un’associazione a delinquere a causa del diffuso finanziamento illegale dei partiti, la magistratura ha messo nell’angolo la politica. Ed è diventata addirittura una specie di contropotere, denunciato a ragione dalla Meloni nella gestione di emergenze come l’immigrazione clandestina, fra le cui pieghe vivono scafisti e terroristi.
Dati i molti, troppi precedenti che hanno sorprendentemente avuto l’avallo del referendum contro la riforma costituzionale della magistratura, vinto dalle opposizioni, la premier sarebbe giustificabile se avvertisse il pericolo di un gioco di sponda della magistratura non col governo ma con un terrorismo sottovalutato o persino negato dall’inquirente o dal tribunale di turno.
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