La tavolozza dei colori della destra italiana

Pur rimpianto, evocato, riabilitato e quant’altro a Pontida, dove se n’era quasi perduta la memoria, di Umberto Bossi si sono perse le tracce verdi sui prati del raduno nazionale leghista. Il verde non è più di moda da quelle parti. Di camicie di quel colore Matteo Salvini ne ha ancora tante, come ha detto qualche giorno fa vantandosene con i nostalgici, ma tutte messe in armadio, non so se stirate nei cassetti o se appese alle stampelle come quadri.

       Il colore che adesso piace a Salvini è l’azzurro, sottratto senza permesso, credo, al collega e alleato di governo Antonio Tajani, fedele al lascito cromatico del compianto Silvio Berlusconi. Che inorridiva leggendo dei “forzisti” applicati dai giornali nei titoli ai suoi militanti e chiedeva di chiamarli “azzurri” se proprio bisognava accorciarne e semplificarne il nome.

       Già pieno, pure lui, di problemi che gli procurano i figli di Berlusconi, e ben lontano dal 20 per cento dei voti sognato ancora l’anno scorso, Tajani si contende da tempo con la Lega un elettorato che ha difficolta a sentirsi collocato a destra. Eppure Salvini non sembra infastidirsi troppo di essere considerato a destra, appunto, e di muoversi in quello spazio, che aveva cercato del resto di occupare assumendo l’anno scorso Vannacci e facendone il suo principale o più esposto vice.

       L’azzurro ora di Salvini, competitivo o no con quello di Tajani, è cromaticamente concorrente col blu preferito da Vannacci per il simbolo del suo Futuro nazionale, su sfondo però bianco delle bandiere dove lo applica nelle manifestazioni. Un blu che si scurisce sin quasi al nero che fa da sfondo al cognome del generale.

       Nero è anche il colore metaforico dell’ex sindaco di Roma ed ex ministro Gianni Alemanno, che ha appena formalizzato a Orvieto non più l’alleanza ma la confluenza nel partito del generale Vannacci. Di cui ha scelto di fare in qualche modo l’attendente preconizzandogli l’arrivo a Palazzo Chigi. Ma fra dieci anni, non prima, quando Vannacci ne avrà 67 e lui, magari di nuovo ministro, 78. Nel frattempo chissà dove sarà arrivata, anzi salita la Meloni, non potendosi immaginare una destra decentemente compiaciuta di vederla all’opposizione.

       Dieci anni, per quanto equivalenti a due legislature piene, non interrotte da scioglimenti anticipati delle Camere, possono apparire pochi in tempi in cui ormai si campa quasi ordinariamente sino a ottanta. Ma in politica sono tanti, anzi tantissimi. Chissà quanta altra erba potrà nascere alla destra di un Vannacci nel frattempo normalizzato in qualche modo pure lui. E chissà quali altri sommovimenti potranno avvenire a sinistra con effetti pure a destra. Dove già accade che Vannacci può contare sulle preghiere e sulle speranze del campo largo e opposto per i guai che potrà procurare nelle urne alla Meloni.

Pubblicato sul Dubbio

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