Fra i budini del G7 è finito anche il rapporto fra Trump e Meloni

       Tutto bene dunque, almeno a parole o nelle apparenze, al G7 di Macron, diciamo così intestandolo al presidente francese padrone di casa. E’ stato il G7 dei budini, tutti da provare nel solo modo possibile, che è quello di mangiarli, dopo.

Trump questa volta non ha compromesso nulla. Non ha lasciato il summit prima della conclusione, ha sottoscritto persino il documento conclusivo, ha dato pacche sulle spalle a tutti, compreso il presidente ucraino Zelensky trattato invece alla Casa Bianca, com’è rimasto anche negli archivi televisivi, da ingrato e provocatore con la pretesa di resistere all’invasione russa. E’ stato cordiale anche con la premier italiana Giorgia Meloni. I due sono apparsi di buon umore, o tranquilli, visti da ogni angolatura: di fronte, di dietro e di lato. Pace fatta, ha titolato qualche giornale italiano ottimisticamente, mettendo una pietra sopra le accuse e soprese scambiatesi nei mesi scorsi: lei per difendere il Papa criticato dal connazionale che si vantava di averlo fatto eleggere dallo Spirito Santo, e lui per contestarle il mancato aiuto, nella fatidica base di Sigonella, ai bombardamenti dell’Iran. La cui guerra peraltro non è finita, ma solo sospesa con una tregua più sceneggiata del solito.

       Non so se col fiuto più del giornalista o dello storico, ospite della solita Lilli Gruber nell’altrettanto solito salotto televisivo delle otto e mezzo di sera, su La 7, Paolo Mieli ha diffidato ieri del ristabilimento di buoni rapporti fra Trump e Meloni paragonandoli a quelli per niente ristabiliti, secondo lui, nel 1985 fra Reagan e Craxi dopo la ormai storica notte di Sigonella. Dove l’Italia aveva negato agli americani in assetto di guerra la consegna dei dirottatori palestinesi della nave “Achille Lauro” che avevano ucciso e buttato a mare un invalido di cittadinanza statunitense e religione ebraica.

       Reagan e Craxi- ha ricordato Mieli- si scambiarono lettere di chiarimento e di amicizia, dear Ronald e dear Bettino, come Trump e Meloni mani e sorrisi al G7, senza un vero e proprio incontro bilaterale. Non solo mancò l’incontro, ma più di sette anni dopo mancò a Craxi, secondo Mieli, il sostegno politico, diplomatico e quant’altro degli Stati Uniti nell’offensiva formalmente giudiziaria che avrebbe costretto l’ex presidente del Consiglio a rifugiarsi in Tunisia per evitare il carcere al quale era destinato sotto l’accusa di finanziamento illegale del partito socialista, corruzione e reati connessi.

       In verità, anche se il mio amico Paolo ha finito di non saperlo, e magari di non avermi letto, avendone io scritto più volte, Craxi nella sua casa di Hammamet e dintorni, diciamo così, si sentiva protetto non solo dai militari tunisini destinatigli dal governo locale, ma anche dagli americani e dai loro servizi segreti. Una protezione che aveva neutralizzato più di un attentato commissionato contro di lui da chi ancora lo temeva in Italia. O semplicemente lo odiava. Ma non fa niente. Anche Paolo è uno storico che diffida delle cose, pur leggendole, che non gli piacciono o smentiscono le sue convinzioni.   

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